Stefano Donno on twitter

mercoledì 26 settembre 2007

Saramago e il partito democratico: Tutti candidati! Ma proprio tutti!










C’è stato un tempo in cui a sinistra della sinistra, della sinistra, si discuteva se si era marxisti leninisti o marxisti-leninisti. Un trattino di differenza che smorzava o esaltava il senso di una appartenenza, di un’identità, nell’affollato parterre della contestazione dei caldi anni settanta.

Quel trattino via via s’è trasformato. Ne sono nate sigle, appartenenze, identità e, in esse, tante sfumature, modi e stili, in un metabolismo cannibalico incapace di corrispondere all’utopia dell’unità. Valore sperato ma mai veramente perseguito dalla sinistra.

Oggi siamo al governo con una compagine che sembra avere nostalgia di quel vuoto dibattito sul trattino, di quella astrazione che vestiva l’eskimo. Ogni tentativo di semplificazione sembra essere vano e tutti, proprio tutti, hanno voglia di esserci, di apparire, di frazionare e franare il sogno di un progetto chiaro, capace di corrispondere alle esigenze di un’Italia sempre più mortificata e piegata nella sua sostanza etica e culturale.

Toglierla a Berlusconi e al berlusconismo per ridarle senso, direzione e futuro, sembrava essere il punto di partenza di un profondo rinnovamento. Così non è stato. Prodi, ostaggio delle necessità e dei distinguo, ha partorito il mostro: un governo sovradimensionato esposto a quelli che via via sono diventati gli strali dell’ “antipolitica”.

Neanche il partito democratico è utile all’abbisogna, anzi!!! Al suo interno, a partita chiusa in vista del confronto per l’elezione del segretario e degli organi di direzione, mostra una mastodontica moltiplicazione di componenti e di candidati. Vecchio e nuovo frullato insieme, affidato alle macchine elettorali di gruppi e sottogruppi. Quello che più fa sorridere sono i distinguo. I “per” e i “con” moltiplicano le liste: innesti, partenogenesi, clonazioni. Tutto a freddo, al riparo dalle passioni che vogliono sostanza, inconti veri, abbracci, inni, pelle d’oca e condivisio

Agli occhi di chi sta a guardare appena fuori dalla soglia dei partiti tutto appare incomprensibile, inutile, vano, ininfluente. Un’astrazione che sembra svilire quella conquista democratica che sono state le primarie, usurate e sovraesposte in una funzione solo strumentale priva di sostanza e di desiderio politico.

Quello che l’invettiva dell’antipolitica smuove non è qualunquismo. E delusione! Frustrazione anche. Il profondo sconforto che ha colto tutti coloro che con entusiasmo avevano scelto il centro-sinistra con la speranza di vedere un’Italia diversa, altra, volta ad una nuova stagione.

Il paradosso è che dopo dieci anni di disastroso governo la destra appare essere salvifica. Ma di questo, nel Pd e nella sinistra, nessuno sembra preoccuparsi. Dopo il “trattino”, il dibattito speriamo si volga al “che fare”, ma temo che i tempi saranno lunghi. Nell’attesa del parto di ottobre a tutti consigliamo, a monito, la lettura del “Saggio sulla lucidità” di Josè Saramago, meglio attrezzarsi!

fonte iconografica da www.claudiocaprara.it

di Mauro Marino

venerdì 21 settembre 2007

Gli Este ... energia di vita





















Dal 21 settembre 2007 al 4 ottobre 2007


Gian Luca Amaroli, Anna Maria Angelini Chiarvetto, Roberto Ascoli, Fiorenzo Barindelli, Christophe Bouquin, Marco Cannata, Lucia Corbinelli, LeoNilde Carabba, Luca Chiesura, Franco Di Pede, Anna Galli, Anna Giussani, Francesca Licari, Gionatan Lombardi, Giò Marchesi, Antonio Massari, Maria Antonietta Michelon, Attilio Milani, Cinzia Reggiani, Tiziana Robbiani Trevisan, Angelo Sblendore, Paola Scialpi, Jorge Sicre, Elisa Troccoli
Galleria 9 Colonne - SPE Il Resto del Carlino (Ferrara)

Via Armari, 24 Ferrara (Italia)

ore 9 - 12.30 / 15.00 - 18.30 sabato e festivi chiuso


Nell'ambito della XXIV SETTIMANA ESTENSE tra le manifestazioni culturali collaterali La Galleria 9 Colonne/SPE/Il Resto Del Carlino, non poteva non essere partecipe alle manifestazioni che vede il 2007 l'anno degli Estensi. Nell'ambito delle manifestazioni culturali collaterali, indette dalla Camera di Commercio di Ferrara per la XXIV Settimana Estense, in collaborazione con la Carife, la direzione artistica della SPE ha dato vita a questa vivace rassegna ideata e a cura di Grazia Chiesa, con l'appoggio del ferrarese Gian Luca Amaroli, invitando, a creare un'opera attinente al grande casato, artisti scelti per la loro cultura e per la loro attenzione e ammirazione verso gli Este. Alcune opere sono figurative e rappresentano in modo preciso personaggi, castelli, eroi del grande casato. Altre sono libere interpretazioni in cui giocano frammenti di decorazioni ambientali tipiche dell'epoca e anche riferimento agli ornamenti e ai gioielli delle grandi dame. Le foto presenti sono un corale omaggio alle tradizioni e al folclore colto della Ferrara di oggi perpetua con ammirevole sostegno sia del pubblico che del privato.Si tratta di una esposizione ricca di spunti e ritmata da un comune interesse verso Ferrara, la sua tradizione, la sua terra. Anche a Copparo, nella Torre Estense, la D'Ars Agency è partner della rassegna che si inaugura nello stesso giorno dell'apertura di questa mostra. Una rassegna che dà onore a Dante Bighi, grande designer copparese, e fa conoscere la collezione d'arte contemporanea che questo grande uomo ha raccolto anche su suggerimento del famoso critico francese, suo grande amico, Pierre Restany, e coordinata negli anni dalla sezione eventi della D'Ars Agency.
fonte iconografica da www.arte.go.it

giovedì 20 settembre 2007

Mirella Floris e le sue strisce di vento















Argini...



…di stoltezza
dei nostri
fiumi d’anima
bloccano il corso
Forte la spinta,
tenace l’andare,
severo l’impegno…
a plasmare la storia
il corso scorre.
fingere di ridere per sempre,
simulare festa e allegria nello sfacelo,
così pure
può andar bene

MIRELLA FLORIS scrive da sempre, esprimendosi in vari generi, dalla poesia al romanzo, all’articolo giornalistico.
Ha già pubblicato: Lampi d’estate, un libretto di poesie intense e musicali; Lampi del tempo, una raccolta di liriche che indagano problematiche e sofferenze del nostro tempo;La terrorista, romanzo giallo che narra vicende di lotta armata tra l’Italia e il Marocco; e, per i tipi di Besa, Venuta dal mare, romanzo giallo particolare, con un racconto nel racconto, leggibile “tutto d’un fiato”.
Cura gli inediti per www.libreriadonna.com e opera nell’ADI (Ass. Donne Insieme) e nell’Od@P (Officina delle Parole) delle quali è fondatrice e presidente.
Con Strisce di vento ha vinto il secondo premio Elsa Morante (Roma 2006) e il Premio speciale della giuria Istituto Italiano di Cultura (ICI) Napoli nel 2007.
Il suo sito personale è http://www.mirellafloris.com/

giovedì 13 settembre 2007

Michelangelo Zizzi cura un Laboratorio di scrittura creativa

















Dell’Eroico Furore
Corso avanzato di II livello

(Fucine letterarie)


Scrittura Creativa e Consulenza filosofica

Ideato e condotto da Michelangelo Zizzi.


1 La questione dello stile: sporcarsi le mani
2 La questione dello stile: contaminazione, entropia e integrazione.
3 Una passione infinita. La figura narrativa e la figura poetica: relazione, intensità, concentrazione. (Laboratorio di scrittura)
4 La rimozione dei blocchi immaginativi ed emozionali nell’agire letterario. Fluidificazione e consolidamento oltre la congestione stereotipa. (Laboratorio di scrittura)
5 Poesia e movimenti concentrici: il concetto di ripresa, discontinuità e riconnessione immaginativa. La fecondazione emotivo – sentimentale. (Laboratorio di scrittura)
6 Generi narrativi: noir, giallo, rosa, fantasy, favolistico, storico, di formazione, borghese, ecc. (Laboratorio di scrittura)
7 I linguaggi e lo stile: catabasi dell’identità e sua riformulazione. (Laboratorio di scrittura)
8 Narrativa: incipit, exitus, dialoghi, personaggi, storia. Oltre il flusso di coscienza: gli intermezzi e il lavoro di ricognizione dopo le tecniche di abbandono. (Laboratorio di scrittura)
9 Narrativa: il regista, il filosofo e la scrittrice: come tre persone scrivono un romanzo. (Laboratorio di scrittura)
10 Incontri con massimi scrittori, giornalisti e critici nazionali.
11 Risultati, confronti e rapporti con editoria e pubblico.


Il corso si articola in 11 incontri di full immersion di 3 ore ciascuno, è riservato a scrittori semi – professionisti e già praticanti ed è finalizzato all’immissione nel mondo editoriale. Il calendario verrà reso noto dopo l’incontro promozionale, fissato per il giorno martedì 18 settembre alle ore 18, 30 presso il Fondo Verri di Lecce.

Info: 328/3292451
fonte iconografica da www.francois.darbonneau.free.fr

martedì 11 settembre 2007

Marcello D’Orta e le sue Fiabe sgarrupate!













Ho trascorso interi pomeriggi non più di un decennio fa, appassionandomi, pagina dopo pagina, alle avventure di Frodo Baggins, sin dall’inizio del suo viaggio per le terre oscure di Mordor, accanto ad Aragorn, Sam, Gandalf e il famigerato Gollum ( o Smigoll), tremando con loro al cospetto di figure sinistre come orchi e Uruk-hai, odiando l’ambiguità di Saruman, gioendo per ogni vittoria sul male, incarnato dall’immortale Sauron. In altre parole il più grande capolavoro fantasy mai scritto sino ad oggi: Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Come poi non lasciarsi solleticare dalle nuances similtolkieniane di C. S. Lewis e le sue Cronache di Narnia, un’opera dove fauni, minotauri, streghe, animali parlanti amano, gioiscono, combattono in una dimensione ed un tempo altri, in cui l’eterna lotta tra il Bene e il Male,viene arricchita (a vantaggio del lettore in merito alla godibilità complessiva del testo) da una notevole dose di descrizioni e caratterizzazioni che solo un illustre medievalista come Lewis poteva dare. Insomma, una serie di riferimenti necessari per introdurre un discorso sulla fiaba ( come non considerare gli esempi sopracitati appartenenti al genere in questione), una delle tante facce della letteraturaall’interno della quale solitamente il protagonista per portare a buon esito ogni impresa intrapresa, deve fare i conti con la paura, la truculenza e l’orrore. Prima di giungere al sudato riscatto, è sempre necessario pagare un pedaggio salato. E fare ovviamente i conti con il mito, oggi divenuta un’altra categoria che ha determinato un deciso salto di paradigma sulla cognizione del percepire la fiaba stessa, che sacrifica se stessa pur di diventare racconto puro, assoluto, nonché produzione del proprio corpo di narrazioni mitiche o mitopoietiche nella Storia. Ad esempio nell’odierna produzione letteraria italiana, quest’esigenza di raccontare, creare storie, attraversandole, cambiandone connotati, misurandosi nella fondazione di universi o multiversi mitopoietici, la riscontriamo in opere come New Thing di Wu Ming 1, Perceber di Leonardo Colombati, Neuropa di Gianluca Gigliozzi, Occidente per principianti di Nicola Lagioia. E come nelle fiabe, anche in queste opere prende corpo la vita nei suoi aspetti più decisamente realistici, con la consapevolezza che in fondo anche le nostre esistenze si collocano in un percorso fatto di innumerevoli difficoltà, e che solo grazie alla volontà di riuscire di ciascuno di noi, tutti gli ostacoli possono essere superati (forse…). Anche la famigerata questione della morale trova una sua collocazione in ogni processo narrativo di tipo creazionale: se dovessimo seguire Karl Popper e la sua teoria falsificazionista, sapremmo con certezza affermare che tutta la vita è un risolvere problemi, e che prima di confutare una teoria qualsiasi, occorre verficarne la sua rispondenza logica nei flussi informativi intercorrenti tra premesse e conclusioni ( se si esclude naturalmente l’anarchismo metodologico). Non è forse anche questa una sorta di morale? Ho avuto di recente l’opportunità di imbattermi nell’ultimo lavoro di Marcello D’Orta , dal titolo Fiabe sgarrupate per i tipi di Marsilio. Non molto incline alla tipologia letteraria di stampo umoristico, e non troppo contento dei precedenti lavori di quest’autore ( Io speriamo che me la cavo, Dio ci ha creato gratis, Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso e il Maestro sgarrupato) per un’eccessiva leggerezza di stile e di contenuto, l’opera, in questa sede recensita, sembra possedere una serie di peculiarità che la rendono veramente apprezzabile. A parte la profusione di citazioni colte nell’introduzione, giusto per rendere noto ai lettori l’interesse per la fiaba da parte di grandi personaggi come Jean de la Fontaine, Henry Bergson, Schiller, Freud, appare riuscitissima la detournazione simbolica fatta da Marcello D’Orta sulla struttura narrativa di classici della fiaba a partire da Cappuccetto Rosso, Il Soldatino di stagno, per arrivare a La Bella e la Bestia, Il Gatto con gli stivali, Il Pifferaio magico, e gli eterni La volpe e l’uva, nonché Il topo di campagna e il topo di città e molti altri. Passando così con disinvoltura da Hans Christian Andersen, ai fratelli Grimm, Charles Perrault, Madame Le Prince de Beaumont, Robert Browning, Oscar Wilde, il meno noto Giovan Battista Basile, Esopo, Fedro, e dulcis in fundo Jean de La Fontaine. A voler snellire la museificazione che da troppo tempo ha subito la fiaba, relegata nei sussidiari delle scuole, o come leggenda mito-iconografica ( la mamma o il papà di turno che leggono una fiaba al figlio ogni sera, prima del bacio della buona notte), ci pensa lo stesso autore, che non solo contamina ripetutamente ogni storia con del sano umorismo napoletano, ma si diverte a inserire elementi pop che vanno dai riferimenti cinematografici come la Febbre dell’oro di Chaplin, a Godzilla, ET, ai grandi della letteratura internazionale come Kafka, per non parlare della sottile critica sociale( per lo meno in chiave umoristica) realizzata in punta di penna.. Due esempi potrebbero rendere più chiare le idee. Il primo: “ (…) Il giorno dopo di buon mattino, il pifferaio scese in strada e cominciò a suonare. Intonò un motivo di sua invenzione, intitolato Chella zoccola’ e màmmeta e il successo fu strepitoso. Dalle case, dalle stalle, dai granai, dalle botteghe e dai campi uscirono folle dei topi: grassi e magri, bianchi e neri, vecchi e giovani; tutti insomma, e presero a seguire il flautista”. ( Il flauto magico, pag. 130). Il secondo: “ (…) Una volta un sorcio – ora sapete di che si tratta – ricevette nella sua tana, la visita di un amico, un topo proveniente dalla città. Questi veniva da Londra, dove i roditori sono divisi per classe: alla classe alta – Upper class – i topi di castelli, manieri e palazzi signorili; alla classe media – middle class – i topi borghesi; alla classe bassa – working class – i topi di condomini popolari” ( Il topo di campagna e il topo di città, pag. 161). Oltre la possibilità di definire un lavoro come questo, degno di attenzione, per l’operazione in sé che rappresenta, occorre spingersi su una considerazione a mio avviso necessaria da farsi in merito. Fiabe sgarrupate, contiene tanti e tali riferimenti letterari, filmici, provenienti dal mercato dello spettacolo, da poter essere un generatore di link di senso così ricco, tale da divenire un prodotto editoriale spendibile come libro di testo nelle scuole, fruibile e utile per un sostanzioso lavoro interdisciplinare. In fondo, potrebbe essere un inizio per un modo diverso di pensare la scuola oggi… e sarebbe già un qualcosa!


da www.musicaos.it

venerdì 7 settembre 2007

Il mondo di Afra di Luisa Ruggio


















Luisa, tu sei uno dei volti del giornalismo televisivo più conosciuti nel sud (e penso e te lo auguro a breve anche sul territorio nazionale), hai ideato e condotto diversi programmi, insomma ti sei fatta conoscere e apprezzare in questo campo, come una seria e valente professionista. Ma Luisa ha anche un altro lato, che è quello della passione per la scrittura, che stiamo apprezzando con il tuo libro d’esordio, dal titolo Afra, per i tipi di Besa.
Quando hai contratto questa malattia?
Scrivere ha sempre popolato la mia vita, incantandola. E’ stato il mio oracolo, la mia sola gioia di vivere, un’insonnia che porta troppo lontano e invita a ritirarsi dal mondo, anche quel mondo di cui sembro fare parte nello slalom continuo del mio lavoro di giornalista televisiva, che a me non svela nulla, è intrattenimento per gli altri, una specie di copertura per il laboratorio alchemico dove mi rintano da quando ero pressapoco una bambina, innamorata della combinazione impossibile delle parole. Quelle parole mi chiamavano come compagni di gioco in un cortile, come amanti in fumose camere d’albergo, come luoghi di elezione e salvifico smarrimento, le trovavo sulla vecchia Olivetti Lettera 35, dono di un vecchio signore col Borsalino blu, che era mio nonno. Un uomo del Sud, pratico e romantico allo stesso tempo, atratto dalla letteratura ma non al punto da lasciarsi sedurre dalla Bellezza. Io credo che mi abbia regalato quella vecchia macchina da scrivere per scardinarmi e insegnarmi che a volte i cardini del Palazzo di Armida nel nostro cuore e nella nostra penna non sono d’oro bensì di un vile metallo, come quello che muove le lettere da battitura. Perchè si scrive a colpi, a colpi diretti, cercando di dimenticare un corpo che ci è stato dato non perchè ci limitassimo a viverlo. E’ difficile lasciare che l’immagine di ragazza che nella vita fa ” la televisione ” passi sullo sfondo rispetto a quello che sono veramente, una ragazza che scrive. Sono più una che scrive che una persona viva. Ha detto Pavese: chi sa vivere non scrive e chi sa scrivere non sa vivere. Io non è che non abbia saputo vivere, il fatto è che mi è riesciuto di farlo meglio nei miei mondi.Afra. Una terra che rievoca per il suo calore il ventre gravido di una madre, un orizzonte esistenziale fatto di uva regina, di ulivi secolari dal profumo inconfondibile, di sudore, di amore, oscenità e tradizioni. Sì, perché Afra in fondo è la storia di una famiglia, in questo nostro Sud del mondo, dove si intrecciano passioni e sentimenti, rinunce pesantissime, incomprensioni e profondo sentimento, in un intreccio che coinvolge sentimentalmente il lettore sino in fondo, con uno stile davvero maturo e intrigante che qualifica come pregevolissima l’opera di questo tuo esordio.
Come è nata l’idea di questo libro? Da quanto tempo ci stavi lavorando? E ancora, ci sono stati lettori “VIP” che ti hanno dato qualche consiglio?
Non esistono consigli nella scrittura. Esistono i fogli di scrittura, i continui ripensamenti, il desiderio costante, feroce, di cancellare tutto, di domandarsi davanti alla prossima parola da scrivere che cosa si crede di fare. Non c’è scrittura se non c’è un problema, il libro è lì anche quando non siamo ancora in grado di parlarne, è l’ignoto che è dentro di noi, profondo e astratto, nella placenta dei giorni e nel lievito dei fatti della vita. Ho cominciato a scrivere Afra in un pomeriggio di primavera di tre anni fa, tre anni sono tanti per scrivere un romanzo, tre anni non sono niente per scrivere un romanzo. Ci sono romanzi che durano tutta la vita, che non finiscono mai, come certi quadri e questa è una cosa in pittura si impara presto: i quadri sono superconduttori di tempo perchè intrappolano la luce di cui è fatto il mondo, di cui siamo fatti noi. Luce e spazio vuoto. Mi piace applicare quest’immagine anche alla scrittura, i romanzi come superconduttori di tempo, come quel genio finito nella bottiglia che qualcuno ha trovato il modo di acciuffare, proprio come nelle favole arabe, le più antiche del mondo e così attuali quando si tratta di farsi un’idea della narrazione. Mi fermo spesso a pensare che in Oriente esistono ancora i narratori di storie, si fermano per strada, nei mercati, tra gli incantori di serpenti e di scorpioni, nella polvere di una strada di spezie e preghiere: laggiù ci sono ancora i cantastorie, i portatori dell’oralità di un tempo, i libri umani, con mani raggrinzinte come le antiche pagine di un codice miniato e scampato a un incendio. Se un consiglio ho trovato sono stati proprio i libri a darmelo. Ho un’inconsolabile voglia di leggere. E’ tutta colpa di Marguerite Duras se ho deciso che da grande avrei scritto. Poi, certo, nella mia carriera televisiva ho avuto modo di incrociare la strada di molti scrittori che amo, Erri De Luca, per esempio, Antonio Tabucchi, Rina Durante, Roberto Cotroneo. Credo che già il solo fatto di aver avuto il privilegio di una chiccherata e un paio di caffè con questi sultani della scrittura sia stato come carpire i segreti nella bottega del cesellatore.

In Afra, c’è un forte desiderio di raccontare, o meglio un gusto del narrare che risponde a quell’istanza della mitopoiesi (della creazione del mito, quello del saper dire di una storia o di più storie) propria di una tradizione narrativa post-millennio. Ed Afra pare in verità più che un mito, un discorso sul mito, quello di un Sud del Sud del mondo. Tu a quale tipo di Sud appartieni?
Appartengo a un Sud che non esiste. Che invento di continuo e dal quale, qualche notte, mi lascio pensare, come sapendo che il Sud impossibile del mio cuore non si dimenticherà di me nei suoi continui, emorragici, slittamenti di memoria. Quando vivevo lontano dal Salento, a Milano, chiudevo gli occhi per ritrovare una bussola che mi indicasse almeno una delle verità che soffiano tra i due mari di questo Mediterraneo delle meraviglie che di meraviglioso in questi anni ha poco e niente, che vede nei suoi fondali pascere i morti di tante traversate dell’ultima speranza e ha cancellato le rotte per le città sommerse cantate dai poeti e dai disturbati del sonno. Appartengo a un Sud visionario, dove la Bellezza ha un valore panico e molti militanti della scrittura finiscono con lo scomparire come le vergini della Hanging Rock australiana nel bel film di Peter Weir tratto dal romanzo irrisolto di Joan Lindsay. Il tradimento di una Natura che entra in ogni cosa, come una donna che toglie il fiato e che continueremo a perdonare anche se sappiamo che ci mentirà sempre. Ma a volte sono i luoghi che ci tradiscono di più quelli che più amiamo. Il Sud è solo spleen, è una nostalgia, una sospensione, un parallelo ambiguo della veglia, al rallenti.
Sappiamo, Luisa, che tu hai avuto anche esperienze editoriali, in sedi più scientifiche, nel campo della saggistica psicologica e cinematografica. Lì i codici cambiano, occorre più rigore, più capacità di sviluppare in chiave analitica, quello che si vuole dire. Nella realizzazione di Afra, hai sentito un gap, tra quel tuo modo di scrivere e questo?
I saggi sul cinema e la psicanalisi hanno comunque richiesto e mantenuto ferma la mia vocazione narrativa. Sono soprattutto memorie, gli archivi di un rapporto con la sala cinematografica che è stata, presto nella vita, la mia seconda casa. Perchè negli anni di mezzo, tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza, mio padre decise di rilevare la gestione di molte delle antiche sale cinematografiche salentine. Questo ha significato per me passare intere giornate al cinema, vedere una quantità di film impressionante, assaporare il contatto, psico-fisico, con il buio protettivo della sala, stringere alleanze con i vecchi proiezionisti resistenti all’avvento delle super-attrezzature dei multisala. E’ stato come viaggiare. Nei miei saggi ho solo riportato i diari di questi viaggi che si svolgono sempre nella mente di uno spettatore incallito, in quella felicità del non esistere che prende chiunque davanti a un buon film. Ho analizzato questo aspetto ma senza la tecnica dello scandaglio accademico, con la semplicità di chi riporta un paesaggio di dentro. Anche con Afra ho fatto questo, Afra si può leggere in molti modi, così come ogni film si presta a esegesi amplificate per ogni spettatore. Come negli antichi restauri dove è facile intuire un doppio sfondo, anche in questa storia c’è un altro panorama oltre a quello di una terra che accomuna tutti i personaggi, ed è un panorama umano, un panorama della mente dove forse parlare di psicologia può sembrare abusivo ma non lo è considerando il fatto che pur essendo avvistati quotidianamente nei luoghi che la vita ci ha assegnato, tutti noi, chiudendo gli occhi, siamo sempre da un’altra parte.
Entriamo in una sfera più personale … quali sono gli autori contemporanei in prosa e/o in poesia a cui ti senti più vicina, più legata, che ti hanno magari aiutata a superare alcuni ostacoli nella dimensione del quotidiano?
Avrei voluto conoscere Marguerite Duras, guardarla scrivere, anche sbirciando da una porta socchiusa. Così anche Anais Nin, e Jeanette Winterson, che vive attualmente in Inghilterra. Ho amato il primo Baricco, ma poi correvo a leggere Henry Miller. Ho divorato Marquez, ma poi mi sono ubriacata con Allen Ginsberg. Ho pianto per colpa di Meir Shalev, ma poi ho scoperto Amos Oz. C’è sempre un Tabucchi sul mio comodino, anche se è coperto dai capolavori di Maurizio Maggiani. Karen Blixen mi ha cambiato la vita, in tutti i modi in cui una vita può essere cambiata.
Questa domanda è d’obbligo … progetti per il futuro?
Scrivere. Cos’altro?
da booksblog.it

domenica 2 settembre 2007

Il potere di Noam Chomsky: distopia dell’ordine sociale









Il potere di Noam Chomsky, (Editori Riuniti) rappresenta un tentativo da parte dell’autore di trovare quelle coordinate teoretiche necessarie per effettuare un discorso sulla natura umana e l’ordine sociale nella storia. Interessanti gli studi in apertura del volume, sul linguaggio, passando in rassegna una serie di testimonianza che vanno da Von Humboldt, a Wittgenstein a Quine, sino a studi più contemporanei, con indomabile spirito di ricerca e di esplorazione per la costruzione di nuovi orizzonti che aiutino a comprendere come la facoltà più importante appartenente in maniera complessa e articolata alla razza umana (ma anche gli animali e le specie vegetali hanno un loro modo di comunicare attraverso altre tipologie di “linguaggi”), cioè quella del linguaggio e della nostra capacità di utilizzarlo per comunicare, riveli ancora numerose zone d’ombra sulle sue modalità generative, di applicazione e di finalizzazione che ancora devono essere studiate. Una parte considerevole del volume prosegue l’impegno di Noam Chomsky, a denunciare il potere, quello delle grandi corporation americane dell’ingegneria militare, che cerca di costruire un dis-ordine mondiale dove la dominazione del più forte sul più debole è la prassi da perseguire ad ogni costo. Qualche nome? Oltre gli U.S.A, Gran Bretagna e Australia. Interessante come queste nazioni nascondano sotto il fulgore accecante dei più alti idealismi ( l’intervento in tutto il mondo laddove il Male – il comunismo per intenderci- diffonde la sua influenza e il suo potere) un mero interesse per gli affari, senza alcuno scrupolo né limite. Il Male, per questi paladini della Giustizia, a volte assume connotazioni addirittura più subdole del nemico storico del comunismo … addirittura la Democrazia, un virus letale, da debellare con qualsiasi mezzo. Interessante l’analisi dell’affaire Timor Est fatta da Chomsky, in questa pubblicazione tradotta in Italia da Massimo Maraffa, redazionata con grande cura soprattutto per ciò che concerne le fonti citate, e che illustra come funzionano le logiche di dominazione neo-coloniale degli Stati più forti sui più deboli in ambito internazionale.

fonte iconografica da www.tmcrew.org

Macro pop 2