Stefano Donno on twitter

martedì 30 ottobre 2007

Guido Ceronetti, La lanterna del filosofo.













Lungo le vie della città, quelle che disegnano lo spazio delle relazioni urbane, seguendo precise meccaniche configurazionali di molteplici flussi informativi fantasma che raccolgono, inghiottendole, storie che puoi più che altro immaginare, ti ritrovi a osservare per pochi istanti, frazioni di secondo forse, particolari che solo con una discreta dose di attenzione non perdi per strada. E così ti collochi all’improvviso nella condizione ideale di essere raccontato da una ruga, uno sbatter di ciglia, uno sguardo intenso schiacciato sotto le macerie di un cielo estivo. Affannarsi a comprendere che cos’è che non va nel mondo, qual è il veleno che circola nelle vene di tutti tanto da scolorirne la pelle, da far perder la gioia di afferrare una mano come segno di partecipata con-presenza, di aprirsi a un sorriso, ad un incauto donarsi nei potenzialmente sconfinati perimetri di uno spazio esistenziale che si apre sull’orizzonte della fiducia nel prossimo, giocare il tutto per tutto prima di scegliere i sentieri impervi, difficili, oscuri, dell’Ombra, sentirsi obbligati, non come infervorati da un dogma di fede ma da un trovare necessario l’essere e il divenire nella storia di ogni giorno agente morale, a reperire quel coraggio necessario nell’affrontare il delicato compito di gestione della massa critica dell’Indifferenza, insomma tentare di
avvicinarsi al nocciolo della questione continuando a porsi degli interrogativi, e compito più difficile, tentando di risolverli. Non quelli sclerotizzatti e museificati del chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando, giusto per non correre il rischio di divenire protagonisti grotteschi di una mediocre rappresentazione teatrale della vita che ci consuma istante dopo istante, giorno dopo giorno e per di più (oltre il danno la beffa!) di pessimo livello e gusto. E di consunzione parliamo, ogni qualvolta ci guardiamo allo specchio! Certo, dobbiamo pure in qualche modo sopravvivere, qualcuno il pane deve portarlo in tavola! E come se non con il sudore della fronte, e come se non rinunciando a passare più tempo con i propri figli, (l’aumento delle ore lavorative giornaliere ha disintegrato la possibilità del dialogo all’interno del micro-sistema familiare, dando spazio ad un nuovo corso nella storia della pedagogia che ha trovato più efficaci strumenti educativi e di costrizione psico-fisica per l’infanzia, nella figura imponente del Silenzio ludico iper-teconologico : Microsoft, Sony, Nintendo) o facendo a meno di leggere un buon libro, o di gustare un tramonto, o una cena romantica in due, o ascoltando della musica facendosi rapire dalle folli traiettorie direzionali delle note, emozionalmente consustanziali alla nostra sensibilità, o ancora semplicemente rinunciando a parlarsi, a fermarsi, a rispondersi. Possiamo dircelo francamente, senza tirare in ballo Foucault e la sua sintassi analitica e pratica circa i modi del Potere di incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, assoggettandone i corpi, e prosciugandoli delle loro forze (vedi Sorvegliare e Punire)! Luther Blissett prima e Wu Ming poi ad esempio in letteratura (solo in essa?) con il riflettere sulla categoria del condividuo hanno aperto una breccia nel sistema di controllo sociale, la prima fase di un progetto di gioia e libertà ancora più ampio e tuttora in progress, proprio a partire dal corpo e da tutto ciò che ad esso attiene rizomaticamente (la riconoscibilità identitaria come strumento di controllo e repressione consegnato nelle mani del Grande Fratello o del Pizzardone Astratto come lo si voglia definire!). In verità, in tanti, tantissimi sono a corto di energie, e presto moriranno dissanguati. L’aspetto fondamentale di tutto un apparato comunitario gestito e fondato su ideali da porcile, è che ha fatto in modo di far cadere nei sottoscala dell’esistenza, l’attaccamento alla vita, alla paura, all’orrore degli sbagli, all’insulto, al crimine, al dissenso, all’impegno, al disimpegno. In una parola non ci facciamo più domande, perché non siamo in grado di reggere la devastante deflagrazione di un ordigno paragonabile solo per gli effetti, ad un’arma di distruzione di massa che corrisponde a un solo nome: Verità! Chi si assume l’onere di intraprendere il viaggio alla Sua ricerca, dovrà essere dotato di così tanto amore per la conoscenza, da avere non solo un endoscheletro in adamianto, ma la possibilità di trasformare la sua superficie dermica in acciaio organico. Ed ecco perché non poteva sfuggire, come bussola in questo contemporaneo regno del caos, il libro di Guido Cernetti, La lanterna del filosofo, pubblicato da Adelphi, che negli ultimi trent’anni ha pubblicato alcuni dei libri più importanti di quest’autore, nonché tutte le sue versioni dei libri biblici e molte traduzioni poetiche, fra cui nel 2004, un volumetto di poesie di Costantino Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere. Ceronetti apre quest’opera, (che raccoglie tra le altre suggestioni interventi dagli anni ’70 agli anni ’90, tra scritti critici e saggi prefattivi) con un “Ricordaci, Filosofia”, invito esplicito ad un gioco variabile di risorgimenti epigonali, prologo per la Costruzione del Nuovo Soggetto in viaggio a pag. 13 e 14 : “ Ora che il mondo dei non-viventi e dei male-viventi, in un delirio di conoscenze e di onniscienza inseparabili dalla sua condanna alla polvere e all’espiazione ti ha espulsa, buttata fuori dalla casa della coscienza e ti ha costretta a rifugiarti non si sa dove, in luoghi rivelati, perché determinato ad adorare e a servire soltanto degli idoli che hanno radici tra oscuri dannati – ricordaci, filosofia”. Quest’amore per il sapere nel corso del suo dispiegarsi storico, che tanti lutti addusse a noi comuni mortali, talvolta ha infervorato anime, cuori e intelletti di innumerevoli fanatici del pensiero, grandi assassini della ricerca speculativa che hanno sentito il crimine teoretico come pura Necessità, per tanta forza di pensiero. E in carrelata, scopriamo gli scheletri nell’armadio di uno Spinoza, l’assassino par excellence della libertà umana, tanto è perfetto more geometrico il regno di Dio in terra; o la suprema volontà di malattia di quel vampiro di Schopenahuer disposto a non propagare il proprio seme nel futuro della sua discendenza, proprio perché ineluttabilmente sentiva l’intima predisposizione a succhiare il sangue come azione catartica e narcotica alla sua incapacità di stare dritto sulla schiena; e perché no, dulcis in fundo, ci mettiamo in mezzo anche Lutero, un S. Francesco dai titillamenti demoniaci, prodigo e amorevole verso quelle creature di Satana, come i poveri licantropi (Lutero e il lupo, pag. 128). La storia del pensiero come gigantesco contenitore fognario ripieno di merda! E dopo tante illusioni, dopo aver vissuto per tanti anni incatenati in una caverna, avendo pagato, il biglietto per questo immondo teatrino delle ombre, dopo tanti anni passati a dire il rosario davanti al falò della Vanagloria e dell’Autocommiserazione, potrebbe pur uscire un motto di stizza, un rimbrotto senza alcuna traccia di acrimonia, certo, per questa sfigata razza umana, proprio come Goya quando commentava il suo 58° Capricho: “ Chi viva tra gli uomini sarà fottuto irrimediabilmente; se vuole evitarlo dovrà andarsene ad abitare sui monti e anche quando sarà, là conoscerà che il vivere è solo una fottitura” (pag.48). Ma come è possibile allora trovare il proprio centro, quella calma piatta nell’occhio del ciclone, se neanche nell’impero della Filosofia, dove nugoli di arpie si agitano tra i buoni propositi della collettività, regna la quiete? Potrebbe allora, ci dice sottovoce Ceronetti, venirci in aiuto la Poesia, con quel suo fare incantatore, così letale nell’illudere (altro che velo di Maya), nel promettere paradisi fiscali sui sensi di colpa di tanti poeti e poetesse che con la loro testa cinta di alloro e la cetra, lucidano piuttosto lapidi e celebrano altri poeti oramai scomparsi, preparandogli l’altarino, dal momento che più a fondo stanno scavando, mai stanchi, grandi fosse comuni della Memoria. No! Nemmeno la Poesia, può assurgere al ruolo di machine de guerre contro le forze del Male. “ Perché non valgono niente, i poeti, più niente? La malattia è profonda, viene di lontano. Non è soltanto il loro numero insensato: fossero anche tre o quattro in tutto, che cosa cambierebbe nel Disvalore? Neanche la lingua c’entra molto: la spossata vacca Italia ha i capezzoli della lingua morti; mungiamo artificialmente; parole fumano da uno schermo; scambi di rimozioni di ogni vero, i nostri dialoghi: « Oh come stai?». « Ti vedo bene sai?». « Mi separo da mia moglie».” “ La poca umanità degli autori non è il solo responsabile. A volte, di umanità ce n’è, e anche molta; è il bavaglio occulto che è insormontabile. Ci vorrebbe dell’urlo – ma che urlo! Non sarebbe neppure più poesia … No, neanche l’urlo sfugge al bavaglio … Eppure avremmo bisogno di sentire, attraverso la città, l’urlo di qualcuno che interpretasse le pene di tutti, invece che i clacson inferociti e le sirene della forza e del soccorso materiale” (pgg. 55 – 57,58). E non può che essere questa la malattia succhiasangue, la stessa ammorbante l’intero genere umano: il mercato, quello delle grandi corporation, della pubblicità, la macchina macina neuroni del merchandising, a ogni costo, senza se e senza ma, del possesso senza limiti e decoro, del feticismo delle lamiere cromate e dei motori potenti!
“ L’economia rateale riesce a collocare il demente al suo posto di lotta prima che abbia messo da parte il denaro per conquistarselo. Pagando una sola rata, qualunque tristissimo prodotto uterino entra legalmente in possesso di un involucro omicida che può lanciare dove vuole, contro chi capita; adoperare come feritoia o catapulta, spavento di deboli, deposito di droga o di fucili, letto da stupro. Ogni macchina senza occupanti può significare una trappola di superiore efficacia: riempita di esplosivo col congegno a tempo, all’angolo di una strada, davanti a un caffè, a un teatro, a un grande emporio, aspetta l’ora migliore, in cui la folla è più fitta, per far vedere di che cosa è capace l’idealismo umano” (pag.66). Non sfugge il riferimento colto alla filosofia del feticismo da carrozzeria di Ballard e il suo Crash. Ma allora non c’è proprio niente da fare! Dobbiamo aspettare immobili la fine del mondo o la guerra dei mondi che verrà, forse sentiamo come necessaria nella circolazione oceanica della Storia, quella Terza Guerra Mondiale che si combatterà con le clave come diceva Einstein? La premonizione, perché di premonizione e non riflessione si tratta (vissuta in stato di trance) quando Hobbes, sentiva vicino, secondo i tempi della teologia cristiana un semplice sbatter d’ali, l’inverarsi del Leviatano, del Super Stato-Corpo … il mondo delle multinazionali odierno nello star system del mercato spettacolare a ragione può chiamarsi Leviatano! Dovremmo forse passare intere giornate a flagellarci, recitando a cantilena i passi dell’Apocalisse di Giovanni? Ad una prima lettura di questo volume di Ceronetti, ci si sente un po’ preda di certi malumori, sgocciolamenti psicotici inevitabili per chi vive o cerca di vivere oggi, e alla fine quasi vorresti farti venire un sorriso sardonico alla Stirner, perché hai scovato la tana di un nichilista della porta accanto, di quelli peggiori, quelli che hanno nel DNA il distruggere per distruggere. Ma non sarebbe onesto, soprattutto perché Ceronetti consegna nelle mani del lettore non solo una particolarissima lucidità dolorosa di uno sguardo che coglie fino in fondo l’insensatezza e il ciarpame del quotidiano, ma anche una indiscutibile ricetta di lotta, non antidoto perché ci potrebbero sempre essere degli effetti collaterali indesiderati, e per essere ancora più obiettivi un kit di sopravvivenza, quando scrive: “Il tango, il tango, il tango, ci dà la certezza che la coppia umana esclusivamente di amanti ( di amanti senza ombra di famiglia) è iscritta nell’esistenza, che il suo modello ideale pre-esiste a tutto e che su questa terra tale Idea si è fatta, tra abissi di solitudine e di dolore, carne-carne che canta, singhiozza e vola. Come uomo solitario sei fango, ma coppia sei tango” (pag.121). Ed anche se per qualcuno può non essere tango, ma jazz, blues, heavy metal, l’invito all’ascolto, o al saper ascoltare l’altro, è manifesto, chiaro, cristallino, perché dal recupero della capacità di ascolto a partire da una coppia, per poi ad arrivare alla comunità di un paese, di una città, di una metropoli, di una nazione, di un continente, parlare e saper ascoltare insieme, riflettere, sentirsi partecipi di un momento orizzontale di costruzione della democrazia (ce n’è poca in giro) in cui i disagi della vecchietta che vive accanto a me, non mi riguardano! Maledetto imperativo categorico del Dividi e Comanda! Comunque, un libro non solo da leggere e da meditarci in più di qualche occasione, ma un piccolo promemoria da portare ovunque con sé, come una bussola … state certi che non smarrirete mai più la strada!

da www.musicaos.it

mercoledì 24 ottobre 2007

Babsi Jones e lo spazio tragico della scrittura

La funzione Burroughs in Sappiano le mie parole di sangue


di Rossano Astremo


da www.vertigine.wordpress.com



Quattro donne sotto assedio a Mitrovica, in Kosovo, durante il conflitto più dimenticato della storia moderna: la guerra fratricida nella ex Jugoslavia. Un’inviata scrive al direttore della testata per cui lavora pagine di un reportage che mai sarà spedito. Ci sono passi di rara bellezza in Sappiano le mie parole di sangue, l’esordio di Babsi Jones, edito da Rizzoli, nell’onnivora collana 24/7, pagine in cui Mitrovica diviene la parte di un tutto, luogo del tragico che s’annida in ogni guerra. E’ questo spazio tragico che l’io narrante di slmpds cerca di mettere in scena, attraverso l’accumulo di parole su un taccuino prezioso, ultimo oggetto da custodire assieme ad una copia sdrucita dell’Amleto tradotto da Cesare Garboli. Ma le parole non possono raccontare una guerra. Il reportage non verrà mai spedito perché è un manufatto che non rende giustizia a ciò che gli occhi vedono, a ciò che la bocca assapora, a ciò che il corpo sente.Ed ecco che Babsi Jones costruisce un quasiromanzo nel quale si sente fortemente l’influenza della teorie elaborate da uno dei grandi maestri della letteratura del Novecento: William Burroughs.Il Verbo è il male assoluto, ciò attraverso cui niente può sfuggire all’essere dell’identità: Burroughs postula un rovesciamento della logica implicita in ogni ontologia. Attraverso l’essere, l’uomo è prigioniero della lingua, definitivamente separato dal “teatro biologico”. Egli è contaminato dal virus del linguaggio. I suoi libri compiono una mirabolante descrizione di questa contaminazione. Il conflitto manicheo che vi si trova sempre soggiacente è quello del corpo contro il “meccanismo verbale”, che lo rende estraneo a se stesso. Per sfuggire all’intossicazione prodotta dalle parole, al quadro di controllo che, imponendo delle linee associative, rafforza questa possessione, lo scrittore deve rompere il cerchio magico, spezzare le tavole della legge associativa, confondere le piste discorsive per uscire dall’algebra del bisogno e abolire la dipendenza assoluta dalla funzione asservitrice della comunicazione linguistica.Babsi Jones ha scritto il suo quasiromanzo tenendo ben presente l’insegnamento di Burroughs. Decostruire dall’interno il linguaggio, depotenziarne il suo quadro di controllo. L’inviata non spedisce il suo reportage perché il genere è un insulso meccanismo di soggetti-verbi-complementi inadatti a sprigionare l’orrore della guerra. La guerra, ogni guerra, è indescrivibile, inenarrabile. Sappiano le mie parola di sangue è la rappresentazione di questo fallimento narrativo. Le parole non dicono, sono stracci lacerati dai quali zampilla liquido di morte.

venerdì 19 ottobre 2007

I libri nel borgo


















LIBRI NEL BORGO
IMMAGINARIO MEDITERRANEO E CULTURE MIGRANTI
Specchia, 26/27/28 ottobre 2007

Iniziativa promossa da:

MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI
DIREZIONE GENERALE PER I BENI LIBRARI - ISTITUTO PER IL LIBRO
A.N.C.I. (ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEI COMUNI ITALIANI)

COMUNE DI SPECCHIA

Al via la seconda edizione di Ottobre, piovono libri. I luoghi della lettura, un progetto e un appello lanciato dall’Istituto per il Libro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali in Italia, in stretta collaborazione con la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, l’Unione delle Province d’Italia, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani. La campagna di promozione, unica nel suo genere, è stata ideata, nel 2006, per rilanciare, incentivare e valorizzare la rete di strutture e iniziative che sono impegnate nel nostro Paese quotidianamente nella promozione del libro. Dopo il successo dello scorso anno, con gli oltre 260 eventi in tutta Italia raccordati sotto il segno della campagna, questa seconda edizione si presenta con un successo raddoppiato che ha superato le aspettative: circa 500 eventi per oltre 480 “luoghi della lettura” su tutta la Penisola, dai più piccoli e intimi (biblioteche civiche, scolastiche, centri anziani, asili, circoli culturali...) ai più affollati e visibili (fiere, festival, piazze e parchi letterari...), uniti tutti, per un mese, in un unico programma di promozione della lettura.

Il suggestivo centro storico di Specchia, uno dei “Borghi più belli d’Italia”, situato nel cuore più antico del Basso Salento, ospita la prima edizione della rassegna culturale “Libri nel Borgo. Immaginario mediterraneo e culture migranti”.

L’iniziativa, promossa dall’Assessorato alla Cultura e dall’associazione Diotimart, in collaborazione con la Libreria Idrusa di Alessano, prevede un ricco e articolato programma di eventi dedicati ai temi dell’emigrazione, della memoria, delle radici e dell’integrazione tra le diverse culture. Si punterà l’attenzione sugli esiti letterari, storici, linguistici e sociali scaturiti dall’esperienza migratoria, dando particolare risalto agli autori cosiddetti “migranti”, cioè scrittori che, una volta emigrati in Italia, si sono cimentati con la scrittura in italiano.

VENERDì 26 OTTOBRE

Chiesa dei Francescani Neri, ore 20.00

Incontro con l’autrice

Simonetta Agnello Hornby

Introduce

Anna Rita Merico (scrittrice)
Con la partecipazione di
Silvia Famularo (giornalista)

Simonetta Agnello Hornby, nata a Palermo, avvocato minorile e giudice, ha concluso gli studi giuridici in Inghilterra. Risiede da trent’anni a Londra, dove attualmente è presidente del Tribunale di Special Educational Needs. Il suo studio legale nel quartiere di Brixton lavora per lo più con la comunità nera e musulmana. Si è occupata della donna nel mondo arabo ed è autrice di testi legali dedicati all’infanzia. Il suo primo romanzo, La mennulara (la “raccoglitrice di mandorle”), è stato un vero e proprio caso letterario, presente a lungo ai vertici delle classifiche ed è stato tradotto in dodici lingue. È una grande storia siciliana, che si dipana nell'arco di un mese – dal 25 settembre al 23 ottobre 1963 – nel paese inventato di Roccacolomba, in provincia di Agrigento. Il successo si è ripetuto con La zia marchesa e Boccamurata, ambientato nella Sicilia di oggi.

SABATO 27 OTTOBRE

Chiesa dei Francescani Neri, ore 10.30
Matinée per gli studenti delle scuole superiori:

Incontro con l’autrice
Simonetta Agnello Hornby

Introduce
Silvia Famularo (giornalista)

Chiostro del Convento dei Francescani Neri, ore 18.00
Inaugurazione mostra fotografica:

“Scatti dal vicino Oriente”
immagini dai reportages di Duilio Giammaria

Intervengono:

Duilio Giammaria
(giornalista – Rai)

Prof. Stefano Cristante
(docente di Sociologia della Comunicazione – Università del Salento)

Duilio Giammaria è inviato speciale esteri per la Rai Tg1. Lavora dagli anni ottanta nei principali programmi di approfondimento delle reti Rai, realizzando numerosi reportages premiati nei festival internazionali. Ha seguito gli avvenimenti nelle principali aree di crisi del mondo. È autore del libro “Seta e veleni. Racconti dall’Asia Centrale”, Feltrinelli, 2007


Chiesa dei Francescani Neri, ore 20.00
“Letteratura OltreConfine”

Incontro con l’autore
Gezim Hajdari

Introduce
Stefano Donno (critico letterario)

Letture
Giovanni Piero Rapanà

Musiche
Admir Shkurtaj

Gëzim Hajdari si è laureato in Letteratura Albanese all’Università di Elbasan e in Lettere Moderne a “La Sapienza” di Roma. La sua attività letteraria si svolge all’insegna del bilinguismo, in italiano e in albanese. È poeta, narratore, saggista e traduttore. E’ormai riconosciuto da critici e dalla stampa nazionale e internazionale come una delle voci poetiche più significative dei nostri tempi. È vincitore dei premi letterari: “EkseTra”, “Montale”, “Fratellanza nel mondo”, “Dario Bellezza”, “Grotteria”, “Trieste EtniePoesie”, “Ciociaria”, “Popoli in cammino”, “Multietnicità”.

Ha pubblicato: Erbamara, Antologia della pioggia, Ombra di cane, Sassi contro vento, Corpo presente, Stigmate, Spine nere, San Pedro Cutud: viaggio negli inferi del tropico, Maldiluna, Poema dell’esilio, Muzungu: Diario in nero. La sua ultima raccolta poetica è Peligorga, pubblicata da Besa nel 2007.

DOMENICA 28 OTTOBRE
Piazza del Popolo, ore 10.30

TeatroBlitz/Fondo Verri
Che Fortuna…sono qui

teatro-poesia in un atto unico dentro itineranze urbane
Testi da: D. Campana / A. Verri / M. Gualtieri / S. Toma / V. Bodini / E . De Candia

di e con
G. Piero Rapanà - Roberta Marini Gianni Minerva

musiche originali eseguite da
Rocco Nigro

canti
Nadia Martina

Salone del Castello Risolo, ore 18.00

“Letteratura OltreConfine”

Incontro con

Mircea Butcovan Mihai

autore del libro “Allunaggio di un immigrato innamorato”, Besa, 2006

Leonard Guaci

autore del libro “I grandi occhi del mare”, Besa, 2005

Introduce

Stefano Donno (critico letterario)

Mihai Mircea Butcovan è nato nel 1969 a Oradea, in Transilvania, Romania. In Italia dal 1991, vive a Sesto San Giovanni e lavora a Milano come educatore professionale nell'ambito del recupero dei tossicodipendenti e dell'interculturalità. Vincitore nel 2003 del premio "Voci e idee migranti", ha pubblicato il romanzo Allunaggio di un immigrato innamorato (Besa 2006), e con la raccolta di poesie Borgo Farfalla (Eks&Tra 2006) ha vinto, nel 2006, la XII edizione del Premio Eks&Tra. Narratore e poeta, alcuni suoi testi sono inseriti nelle antologie Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano (a c. di Mia Lecomte, Le Lettere 2006), A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy (a c. di Mia Lecomte e Luigi Bonaffini, in uscita presso le ed. Green Integer di Los Angeles), Nuovo Planetario Italiano.

Leonard Guaci è nato a Valona (Albania) nel 1967. Ha iniziato la sua attività letteraria con numerosi scritti sui giornali albanesi. Nel 1990 si trasferisce a Roma dove vive e lavora. Da allora ha collaborato con i periodici «Lo Stato» e «Il Borghese» e con il TG1. Con Panciera Rossa, nel 1999 ha vinto il premio internazionale di letteratura «Antonio Sebastiani».

I grandi occhi del mare è il suo secondo romanzo.

Salone del Castello Risolo ore 20.00

Incontro con

Maksim Cristan
autore del libro “(Fanculopensiero)”, Feltrinelli, 2007

A seguire
concerto letterario tratto dal libro omonimo

Chitarra e voce:
Maksim Cristan

Chitarre:
Tommaso Manfredi

Chitarra, charango, violino, voce:
Juan Violineiro

Maksim Cristan è nato nel 1966 a Pola, in Croazia. Cresciuto nella Iugoslavia comunista del maresciallo Tito e arricchitosi rapidamente dopo il crollo del regime e l'introduzione del libero mercato, Maksim a un certo punto ha mollato tutto, è scappato dal suo paese ed è venuto in Italia per ricominciare. Per strada.


Tutti gli eventi sono a ingresso libero.
Info: Diotimart 320 2838681 – Libreria Idrusa 0833 781747

nelle foto Maksim Cristan, Gezim Hajdari, Simonetta Agnello Hornby da www.feltrinelli.it e www.el-ghibli.it

sabato 13 ottobre 2007

Omicidio di Stato: il caso Stilos

Più che un allarme, la definirei una vera e propria emergenza. Non appartengo alla schiera di gente che segue con attenzione gli inserti dei quotidiani nazionali che si occupano di libri. Ce ne sono davvero tanti e tutti di ottimo livello tanto che fare una selezione mi procurerebbe non qualche difficoltà. Ma vedere come da qualche settimana non trovo in edicola una delle più interessanti riviste che si è occupata seriamente di letteratura, poesia e saggistica, mi fa pensare a un vero e proprio omicidio di stato... sotto lo sguardo indifferente dell'editoria libraria, oggi più che mai distratta. Parlo di Stilos diretta da Gianni Bonina. E adesso ...?

venerdì 12 ottobre 2007

Il matematico pertinente ... ovvero Piergiorgio Odifreddi


Se mi ritrovo a pensare, anche solo per un attimo, a come stanno andando le cose, intendo per noi comunità civile, società , stato, nazione, mondo, mi vengono in mente i soliti luoghi comuni: le famiglie italiane non arrivano a fine mese se non indebitandosi, il precariato selvaggio, morti violente lungo le strade, il terrorismo internazionale, le armi di distruzione di massa, le istituzioni e la politica lontane dalla gente e dai loro bisogni, etc, etc. Ed è però arduo, riflettere anche solo superficialmente sulle questioni sopra menzionate, liquidandole come luoghi comuni, dal momento che basterebbe solo poco per non incominciare a valutare i diversi aspetti sotto la lente di discipline che superficiali non sono come la sociologia, l’antropologia, la filosofia, l’economia, l’etica. E se ancora cerco di distrarmi, perché esausto dal rumore assordante di ciò che è fuori di me, stanco dal dover assolvere all’imperativo categorico di popperiana memoria, che la vita è un risolvere problemi, cercando di scovare un buon libro istintivamente rivolgo la mia attenzione alla letteratura, alla poesia, con tanto di strizzatine d’occhio a Truman Capote (sia lode alla Minimum Fax che lo ha degnamente editato e fatto conoscere in chiave più massivamente pop!!!) a Don De Lillo, al grande Valerio Magrelli per la poesia. Ma in fondo rimango con un pugno di mosche in mano: il mio stomaco brontola ancora, quasi come se un prolungato digiuno avesse fiaccato anche l’appetito intellettuale. Indubbiamente da più parti si avverte l’esigenza di trovare un equilibrio rispetto al mare magnum di informazioni, distopie, aberrazioni, false ideologie, bugie, e inganni in cui siamo immersi sino al collo ( e penso che i più sappiano quale sostanza organica ricopre con la sua densità e olezzo le nostre membra!) . Un equilibrio che deve essere cercato in maniera logica, quindi per passaggi o meccanismi geometrici del pensiero, che ne recuperino perlomeno quella dimensione di esatto funzionamento. Riprendere dunque a pensare correttamente, a togliere di mezzo tutte quelle ombre nella nostra vita, che anche solo lontanamente puzzano di muffa e marciume. “Il matematico impertinente” di Piergiorgio Odifreddi, edito da Tea, rappresenta a mio avviso un ottimo libro grazie al quale finalmente chi lo legge può iniziare a fare delle meticolose “pulizie di fine stagione” nella sua testa. Chissà da quanto tempo la spazzatura non veniva svuotata! Il libro si suddivide in diverse sezioni che espongono il punto di vista dell’autore sulla storia, sulla politica, sulla religione, sulla logica, sulla letteratura, sulla matematica, e sulle scienze. Un punto di vista ricco di argomentazioni, portate avanti con grande rigore e un linguaggio altamente divulgativo tanto che perfino a me, che di formule, diagrammi, e numeri non ne capisco un accidenti, ho avvertito un senso di soddisfazione nel seguire passo dopo passo Odifreddi, mentre espone e spiega ai lettori, tra cui il sottoscritto, “L’equazione di Erwin Schrodingher (giugno 1926)” a pag.300 del suo lavoro.
E’scontato consigliare il libro di Odifreddi, il cui ultimo lavoro “Perché non possiamo essere cristiani” per i tipi di Longanesi, vende più di 100.00 copie in due mesi. La gente vuole saperne di più da un autore che sa amalgamare nei suoi scritti ironia, leggerezza, acume, implacabilità analitica anche su questioni delicatissime come la religione, le religioni, di come spesso nella storia la teologia (quella cristiana nello specifico) sia stata base e strumento di morte per la divulgazione scientifica e per il pensiero scientifico, come nel caso del processo a Galileo, o il barbecue in onore di Giordano Bruno, dove la carne in cottura era quella del filosofo, mentre il cardinale Bellarmino, comodamente in relax nei suoi appartamenti ecclesiali, si chiedeva se Gesù Cristo, in base alla fisica aristotelica, nella sua ascesa verso il cielo, dopo aver spirato sulla croce, avesse oltrepassato o meno il cielo delle stelle fisse. Andando nel dettaglio, il messaggio che Piergiorgio Odifreddi lancia attraverso la forza esplosiva della sua scrittura, si concretizza nell’esortare la gente a non essere passivo spettatore del mondo, solo incameratore acefalo di informazioni, ma attore coinvolto praticamente nel mettere in discussione tutto ciò che aveva dato per acquisito e scontato, e mettere le proprie sinapsi in moto sintonizzandole sulla frequenza della razionalità e della consapevolezza: “ (…) i mezzi buffoni hanno vita dura, perché la gente preferisce di gran lunga seguire quelli interi, in uniforme o in borghese” (pag.291). Il volume è strutturato in una serie di saggi monografici suddivisi per categorie, con un prisma talmente vasto da far capire esattamente quali sono le capacità analitiche, argomentative, e gli interessi di Piergiorgio Odifreddi: tanto da poter masticare e digerire le sue riflessioni sulla Bibbia e Gesù Cristo, su Noam Chomsky e Jhon Nash, sulla letteratura (il procedere matematico in Nabokov e Saramago), sulle scienze come il bellissimo paragrafo “Il genio buffone” dedicato al fisico eccentrico e geniale, Richard Feynman: “Il 28 gennaio 1986 la navetta spaziale Challenger esplose in diretta televisiva, e la NASA istituì una commissione d’inchiesta. Quattro mesi dopo un fisico, membro della commissione, mostrò in diretta televisiva le cause del disastro, immergendo semplicemente in un bicchiere d’acqua ghiacciata una delle guarnizioni di gomma della navetta, e mostrandone gli effetti: uno smacco per la NASA, che aveva cercato inutilmente di metterlo a tacere, ma un successo strepitoso per lui, che divenne noto al grande pubblico nel giro di dieci minuti. Quel fisico, che i colleghi conoscevano benissimo da più di quarant’anni, si chiamava Richard Feynman …” (pag. 288). Insomma un “discorso sul metodo” alternativo, brillante, nuovo, paradossale che mantiene viva l’attenzione del lettore e lo induce finalmente a indignarsi, per tutto ciò che non va, quasi come ad aver assunto lucidamente la consapevolezza di aver perso la capacità di riconoscere i problemi. In realtà l’unico grande problema rimane l’uomo nocivo per se stesso, pericoloso per la sua specie! Un memorandum utilissimo inoltre per mirare verso un altro obiettivo sensibile: la ricerca della verità, ad ogni costo seguendo quel senso di armonia e fluidità che solo un’euteoresi può dare: “ (…) verità e bellezza, lungi dall’essere contrapposte, sono in realtà complementari, e possono confluire mirabilmente: non soltanto in un senso superficiale, secondo cui la verità ha una sua bellezza e la bellezza una sua verità, ma nel senso profondo che a volte le verità più pure e astratte si rivelano dotate di una bellezza sensibile e concreta” (pag.219).Qualcuno una volta ha scritto di questo libro: “Un benefico massaggio per il cervello”. Come potergli dar torto…

da www.musicaos.it

lunedì 8 ottobre 2007

Visite inattese di Stefano Cristante




La poesia merita luoghi, spazi di confronto e di sperimentazione.
La pagina è stretta, la voce preme, nascosta dietro ogni rigo, presa in ogni virgola, in ogni “a capo”, in ogni scarto di ritmo.
La voce dei poeti è oggi, ancora una volta, necessaria a scaldare le Arti nel confronto con i “capricci” del Tempo.
Voce di poeta è quella di Stefano Cristante, sociologo della comunicazione e della politica, in libreria con una raccolta di versi edita da Besa nella collana Lune Nuove: “Visite inattese”, dedicato “A chi non sa amare”. Versi volti al dire in una tessitura che gioca la poesia tra necessità e disincanto. Un “diario poetico” dove l’osservazione e l’analisi del reale si riversa in una lingua densa di significazioni intime, di interrogazioni: “Io non voglio abbandonarmi ai ricordi. / Io non voglio piangere. / Vorrei sapere perché / abbiamo scelto quelle strade, / quelle lame piantate sul selciato, / perché le abbiamo guardate, / così poco attraenti, / così velenose.”
Un dialogo aperto con il Mondo, cose piccole e cose grandi, intrecciate, strette nel mormorare del pensiero, si fanno scrittura, scherzo e sferza, tuono e ticchettìo di pioggia. Un quotidiano che non si basta nel suo ordinario costruisce questi versi, li spiega in una ritmica sapiente che rende la poesia cosa possibile, utile all’incontro, non lingua segreta o vezzo stilistico, monumento inutile dell’autocelebrarsi: “Sì, io vivo adesso, con tutte le mie pene, / io vivo adesso / occluso al mio futuro / superato il passato come macchina lenta / perso all’ingegno del segreto / svelato il paradigma antico / come enigma: oggi, / mondano arrampicarsi / allo specchio del giorno / quello di Oggi / che ha ucciso Ieri / e che nessun Domani prega.”
Bellissimi i versi che Cristante dedica al Salento. Così recita “Dimora”: “Per me abitare non è appartenere. / E’ amare la mia terra / per quante vie di fuga mi regala. / […] Intendo le volte / che arrivo alla fine di questa terra / e i miei occhi sono obbligati a vedere / solo cielo e mare e nient’altro. / Intendo quando parole greche / entrano d’improvviso nell’autoradio / e mi prende l’idea che questa terra / appoggiata sul mare come una ninfea / viva se stessa come un’isola remota / lontana da ogni paragone / lontana da ogni altra terra / per quanto magnifica.”
Una poesia distesa, chiara e chiarificatrice, che prende andature “classiche”. Di quel classicismo della poesia italiana del Novecento militante ed impegnato. Danilo Dolci, il sociologo-poeta che a Partinico inventò lo sciopero alla rovescia e l’università dei poveri cristi di Spine Sante, è sponda efficace per comprendere il “perché poeta” di Stefano Cristante. Certo egli non ha la stessa “santità” del triestino che si fece siciliano. La natura del loro “sacrificio” è differente, così le urgenze del tempo che attraversano, la maieutica che dispiegano, ma non l’affinità di funzione e il travaglio intellettuale. Il tormento provocato dallo stare sempre vigili, mai quieti al cospetto del Mondo. Mai domi dell’aver compreso e, se lo si è fatto, si e pronti a sgualcirsi, rovinarsi, a tornare nell’interrogazione. “Gareggiandomi contro / lascio dietro a me / spirali di angoscia / e fiumi di equivoci. / Io vivo nell’errore, / attendo la violenza come rimedio / la metto in pratica / la sento / la trasmetto. // Esiste un solo antitodo / uno solo / ma io / - come voi - / ne ho scordato il nome.”
C’è speranza, non c’è speranza? Questo non sappiamo dirlo. C’è amarezza ma: “Come blitz o colpo di stato / il buon umore sale al potere nel mio cuore. // E io non so attendere gli eventi / - eleggendo un governo-fantoccio dei miei sentimenti - / o se organizzare la resistenza armata / al nuovo usurpatore / degli umori neri precedenti. / L’economia interna dei miei nervi / s’adatta assai bene / a quel malessere vago e dominante. // Ma ora - nel frattempo - / il buon umore ha preso il sopravvento.”
di Mauro Marino
fonte iconografica da www.iltaccoditalia.it

venerdì 5 ottobre 2007

Fuori di penna

Riprenderà il prossimo martedì, 9 ottobre, nella saletta degli eventi della Libreria Guida Capua a Palazzo Lanza, il laboratorio di scrittura creativa per bambini e ragazzi “Fuori di penna”.
Dopo il successo degli scorsi anni, l’ormai collaudato laboratorio di scrittura creativa “Fuori di penna”, ideato e condotto da Silveria Conte, aperto a tutti i bambini delle classi terza, quarta e quinta elementare e delle scuole medie inferiori, ritorna con una interessante novità.
Al consueto percorso tra avventure, storie buffe e filastrocche, che ogni anno affascina sempre più bambini, si affiancherà per i più grandi (ossia per coloro che frequentano la scuola media inferiore) un percorso che porterà alla creazione di una vera e propria redazione giornalistica, che darà vita a un mensile a misura di ragazzi.
Il laboratorio “Fuori di penna” si svolgerà all’interno della libreria Guida Capua (Palazzo Lanza, c.so Gran priorato di malta 25, Capua) tutti i martedì: dalle 17 alle 18 per i bambini delle ultime tre classi della scuola elementare, e sempre il martedì dalle 18.30 alle 20.00 per tutti i ragazzi delle scuole medie.

Per informazioni: Libreria Guida di Capua, c.so Gran Priorato di Malta – cortile Palazzo Lanza – te-mail: guidacapua@liberto.it; ass.architempo@libero.it.
fonte iconografica da www.dba.unito.it

giovedì 4 ottobre 2007

Spot Book 1














SILVANA BEDODI


LUCREZIA, I TUOI SOGNI

Amori e passioni di una donna del ’500 schiava delle convenzioni.

Chi si accosti a Lucrezia, i tuoi sogni! di Silvana Bedodi resterà colpito dalle vicende di Lucrezia Buonvisi e della sua vita lacerata tra il rigido rispetto delle regole imposte dalla tradizione familiare, le convenzioni, e un amore vissuto tragicamente: figura di spicco e di grande spessore nella Lucca del Cinquecento.
Un’opera scritta con grande eleganza e ricchezza di riferimenti storico-letterari, possiede la stessa freschezza di una piéce teatrale. Il romanzo è un vivacissimo documento sui danni che le convenzioni sociali determinano sulla sorte degli individui, anche in una società, quella rinascimentale, che sovente nasconde numerose zone d’ombra.
La Bedodi guida il lettore con mano sicura nei meandri di un’anima, quella della protagonista, lacerata dalla stizza di avere perduto la vita in nome del decoro e delle normecoercitive di un società ipocrita.


SILVANA BEDODI (1956) vive e lavora a Cuneo. Appassionata di studi classici, si diletta a scrivere soprattutto su argomenti storici. Pellegrino di Provenza è stato il suo primo romanzo.

Macro pop 2