Stefano Donno on twitter

domenica 30 marzo 2008

Non voglio un mondo così!


























DEMOCRAZIA?
LIBERTA'?
UGUAGLIANZA?
TOLLERANZA?





fonti iconografiche
www.montagna.tv
www.metaforum.it
www.romagnaoggi.it
www.socialnews.it

sabato 29 marzo 2008

Spot book n.6













«Il più sudamericano degli scrittori italiani» - Gianni Mura, Il Venerdì di Repubblica

«Nei libri di Stassi c’è lo sport, la storia, il grande racconto, le piccole vigliaccherie, l’ironia, la tristezza, la musica, il silenzio» - Carlo Annese, La Gazzetta dello sport

«La nostra letteratura, con Fabio Stassi, è diventata più ricca» - Darwin Pastorin, Liberazione

Il nuovo romanzo di Fabio Stassi è la storia di José Raúl Capablanca, il più grande scacchista cubano di tutti i tempi, che fu bambino prodigio e conquistò il titolo di campione del mondo nel 1921. Amato dalle donne e rispettato dagli avversari, almeno fino a quando non fu scaraventato giù dal trono troppo presto per mano di un suo ex amico, Aleksandr Aljechin, il miglior giocatore di Russia: uno disposto a tutto per gli scacchi, fuggito dalla rivoluzione d’ottobre e approdato in seguito alla corte dei gerarchi nazisti. La storia di Capablanca è la storia del loro duello. L’offesa di una seconda occasione sempre rinviata, come spesso è la vita. Perché Aljechin non concederà mai una rivincita al suo nemico.




Fabio Stassi (1962), di origine siciliana, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Un suo racconto è stato inserito nella raccolta Bonus Tracks, scrittori italiani per Rolling Stone (Oscar Mondadori, 2007). Per minimum fax ha pubblicato È finito il nostro carnevale (2007) e La rivincita di Capablanca (2008). La rivincita di Capablanca, minimum fax, 2008
È finito il nostro carnevale, minimum fax, 2007
Fumisteria, GBM, 2006

fonte Minimum fax

venerdì 28 marzo 2008

Pierluigi Mele. La fiaba del 29 settembre


















Nazim era un mercante di tessuti turco. Non aveva grandi passioni per niente in particolare, eccetto un amore smisurato per gli affari. Talvolta, nei meriggi di calura, leggiucchiava il Corano all’ombra dei palmizi, sorbiva un tè e sogguardava il mare di Istanbul. A quel tempo Nazim viveva esclusivamente per gli affari e i soldi si riproducevano per lui. Trafficava in tappeti: Julakhirs di Samarcanda, Kilim dell’Anatolia, del Sind e Pakistan. Trafficava anche in teli Qashqa’i dell’Iran. Nomi che farebbero pensare a storie magiche, stregate. Niente da fare. Perché Nazim batteva i bazar commerciando carichi di stoffe, arazzi, damascati e le gole del Caucaso dove acquistare lotti di tappeti. Fu di ritorno da uno di quei viaggi che Nazim disse con voce chiara: «A volte sento il bisogno di cambiare vita». Il suo valletto lo guardò stupito e chiese: «Per fare cosa, padrone?». «Non lo so» disse Nazim «ma forse è tempo di cambiare vita». Forse gli affari non sono il vero affare del padrone. Forse non lo sono per nessuno, pensò allora il servitore.

Teresa viveva alla macchia, libera come il sole. A volte aiutava la madre alle acquare incavate sulle serre dove si metteva il lino a macerare. Poi se ne tornava ai pozzi scavati nella roccia e lanciava pigne per sentirne il colpo contro il fondo. O se ne andava per le masserie a fare il verso a pecore, galline e a carezzare i cavalli. Crasì era il favorito. Lo liberava all’insaputa del fattore, cavalcava sino al mare e lo riportava nella stalla. Altre volte si divertiva ad ascoltare le storielle del villaggio. Racconti mai reali e mai falsi per intero, ma a nessuno importa che le storie siano vere per intero. Teresa viveva libera alla macchia perché era nata con la luna storta, dicevano. Ma la luna non è mai dritta e neanche storta. La luna fa la luna, pensava Teresa.

Un mattino, al mercato di Ankara, Nazim fu sedotto da alcuni manufatti esposti in un emporio. Di un’eleganza tutta nuova per le piazze del levante. E colpiva il bianco purissimo che le sete variopinte tutt’intorno non riuscivano a oscurare. «Mani di donna» mormorò Nazim. «Fiori di donna» aggiunse ad alta voce. «Fiori di donna?» domandò sorpreso il servitore. «I nostri tappeti» disse Nazim «nascono dai disegni dei maestri. Ogni maestro dispone le forme da filare secondo un’arte millenaria. Ogni tappeto è una storia che soltanto lui conosce. Le donne assegnano i colori a quella storia. Ma questi filati sono puri e tersi come il cielo. Non c’è maestro a deciderne la trama. Sbocciano dalle mani di una donna. Questi sono i fiori di un telaio».
Nazim, che aveva fiuto per gli affari, decise di mettersi in viaggio per assicurarsi grandi riserve di quei manufatti. C’era un’altra ragione che lo spingeva al viaggio, ma non sapeva che nome dare a questa ragione. Prese un filato, tastò la consistenza del tessuto, ammirò la grazia dell’intreccio e poi, cosa strana per un mercante, lo portò all’orecchio. Restò con gli occhi socchiusi come ascoltando il suono del mare da una conchiglia. Forse la sua vita sta cambiando, pensò a quel punto il servitore.

Erano stati i monaci d’Oriente a introdurre i gelsi nella terra di Teresa, favorendo la coltura dei bachi e la produzione della seta. Col tempo maturò la coltivazione del lino, la produzione di funi e la tessitura. Le donne eccellevano al telaio, argalìo nella lingua di Teresa. Per il tipo di coltura praticata in quei posti assetati, la presenza dell’acqua era vitale; e la collina dove Teresa trascorreva il suo tempo era abitata da pozzi profondi dove contenere l’acqua di pioggia, usata per macerare il lino ed abbeverare gli animali. Sulla collina sorgeva una chiesa, S. Maria delle Puzze, con un piccolo ospizio per accogliere i viandanti di passaggio. Fu qui che Teresa amò per la prima volta un uomo. Accanto alla chiesa un piccolo cimitero, ma grande abbastanza per non sfuggire alle visioni di Teresa: a volte le apparivano dei corpi dentro i sogni, delle salme con in bocca una moneta. Pagavano così a Caronte il viaggio all’altro mondo. A Teresa certi sogni non mettevano paura. A sua madre i morti venuti in sogno invece mettevano spavento. Ma solo quelli che se ne stavano zitti, perché le salme buone parlano nei sogni e portano consiglio e fortuna a chi li sogna. Quelli muti portano disgrazia. Se non parlano vuol dire che non sono morti bene, diceva affrettandosi alle acquare.

Nel lungo viaggio in mare Nazim ebbe modo di pensare a molte cose. Per esempio cercò di immaginare quali mani avessero tessuto il panno bianco scoperto ad Ankara. Lo teneva con sé sul ponte della nave e ogni tanto lo annusava come a rubarne l’anima con calma. Presto Nazim avrebbe saputo dell’arte del ricamo in cui eccellevano le donne nella terra di Teresa. Il punto ad ago specialmente. A scarafaggio, quadrifoglio, traforino a margherita, cerchietto, mostacciolo, muliné. Anche il servitore ebbe modo di pensare a molte cose. Di dimenticarne altre. Per esempio cercò di dimenticare gli anni di fedeltà al suo padrone. Troppi. Stava invecchiando, Yusuf. Si chiamava così il servitore. Stava invecchiando, certo. Ma la cosa singolare era che Yusuf non ci aveva mai pensato. Che strano, pensiamo a tutto, tranne le cose che accadono naturalmente.

Teresa non aveva tempo per l’ipocondria. Riempiva ogni minuto del suo tempo, spesso a non fare niente. Inoltre detestava ricamare. A parte assistere la madre alle acquare, Teresa mangiava, oziava, sognava a suo modo. Era bella a suo modo. Era figlia a suo modo. Anche la madre era madre a suo modo, soprattutto quando malediceva l’anno, il mese, l’istante in cui concepì Teresa.

Nazim sbarcò sul finire dell’estate. Yusuf era di nuovo allegro ma senza conoscerne il motivo. Forse per le donne verso il porto o per l’odore pungente dell’origano. Dalla faccia di Nazim non trapelavano emozioni. Era un mercante di tessuti e gli affari non s’inteneriscono per l’origano.
Teresa fece un sogno una notte di fine estate. Sognò che l’uomo amato nell’ospizio anni prima fosse ritornato. Che si aggirasse nel paese alla ricerca di un segreto nascosto chissà dove. Mentre camminava, l’uomo non mostrava il volto; se ne intravedevano i capelli scuri oleati da un unguento. Avanzava sicuro come se conoscesse a memoria le contrade, i sentieri ed ogni pozzo. Teresa era quasi certa che fosse l’uomo amato una notte anni prima. Se ne convinse quando lo sentì parlare una lingua forestiera che lei s’illudeva di capire. Inutile obiettare: i sogni fanno i sogni, avrebbe detto Teresa a questo punto.

Nazim e il servitore si sistemarono in una locanda tra i gelsi. Fu una notte gelida quella prima notte in Italia. Consumarono pane, legumi, formaggio e vino che addormenta. Al risveglio il cielo era lindo, l’aria leggera. Che strano, pensò Yusuf, stanotte il gelo ed ora il sollievo. Questo cielo è stralunato come, come...
Teresa, nell’esatto momento in cui Yusuf e Nazim incontravano i mercanti del villaggio, montava a cavallo di Crasì per le dune lungo il mare.

Nazim vide Teresa per la prima volta lungo i pozzi. Tornavano, il mercante e il servitore, dai paesi dove s’iniziava la vendemmia e il cielo montava in cumuli di nubi e poi sfoltiva nel chiarore. Nazim la intravide, a dire il vero, perché Teresa scomparve così com’era venuta, in un bagliore. Ma a Nazim bastò per non articolare una parola, né fare un gesto minimo né un passo. Fulminato.
Non la rivide più. La cercò dovunque, chiese di lei a chiunque, l’aspettò ai pozzi ogni mattino, ogni tramonto invano. Come se Teresa si fosse perduta dentro un pozzo, come se fosse apparsa solo dentro un desiderio. Nient’altro che una figura appena scorta, dei larghi fianchi alla penombra, un profumo evanescente, nient’altro per cambiare la vita di Nazim.

Fu una sera di primo autunno. Nazim guardò la luna, le sorrise, sembrò rivolgerle un saluto, fissò Yusuf al suo fianco, uno sguardo morbido, d’intesa, si sentiva semplice, Nazim, puro e terso come il panno bianco ad Ankara, guardò il pozzo davanti a sé, li guardò tutti, erano ottanta, la luna li rischiarava uno per uno, tornò a guardare il pozzo davanti a sé, sorrise ancora, disse nerò, acqua, nerò, e fu un salto nel pozzo fondo. Un salto, e tutto cambia.
Certi luoghi non sono importanti per ciò che appare. Certi luoghi hanno senso per tutto ciò che si cela dentro. Come le storie d’amore. Non vale il loro passato né il quotidiano, ma il desiderio di futuro. L’illusione di esserci domani, insieme.
Nazim e Teresa si amarono nell’acqua di un pozzo. Doveva essere la mezzanotte di un ventinove settembre.

Fiaba d’amore per voce e danza portata in scena il 29 settembre 2007 lungo “I Pozzi” di Castrignano dei Greci (LE) nell’ambito della rassegna “La Fiera dei Sud Est”

fonte iconografica www.neripozza.it

giovedì 27 marzo 2008

Stefania Ricchiuto su Ieratico Poietico























C’è una poesia che fugge dal suo stato costretto, da una condizione – esistenziale e di pubblicazione – che la vuole erotica ad ogni costo. Le ultime tendenze editoriali hanno offerto scritture dall’intento lussurioso, mercificando in modo inenarrabile la sensualità della parola, e compromettendo radicalmente la percezione reale di un verso ardito. Scrivere del corpo e delle sue sensibilità nel richiamo di sé e di un corpo altro, ha assunto ultimamente la maniera della moda più detestabile, smarrendo tutto il significato politico del desiderio dichiarato, dell’eccitazione narrata, del peccato comunicato. Spacciare per musa un sussurro registrato male, fare di un brivido ripetuto un’ode fine a se stessa, costruire fiamme elegiache per mera - ma non autentica - intenzione, ha edificato senza dubbio un mercato piccante e più che pasciuto, fornito di un’identità d’autore stranamente fatta donna. Con dei però, mortificanti. Ha infatti ridotto a semplice possesso il potere attivo che attraversa il corpo; ha richiamato, almeno in parte, discettazioni superate su un’autodeterminazione fisica da anni ormai compiuta; ha elaborato, nell’incoscienza, materiale d’offesa per quella che Giuseppe Genna definisce “la questione femminile che siamo costretti a nominare tale ad altezza 2008”. Contro tutto quanto, e oltre, c’è una poesia che fugge, e rifiuta l’imballaggio di sé, la veste da abuso e consumo, l’involucro da vendita garantita e indifferente. A fatica, chiama visibilità genuina e raccoglie un’attenzione più che distratta, e anche quando la si vuole restituire a forza in forma di autobiografia emozionale ed emozionata, essa urla e proclama i temi della denuncia dalle righe del suo contenimento, e non c’è prefazione astuta che ne possa falsare la volontà esclusivamente e pericolosamente sociale. Resiste, comunque e dovunque, e si fa canto dell’opposizione ancora possibile. Come questo “Ieratico Poietico”, poema di severa generazione di un intellettuale giovane e giustamente stanco.

La scrittura di Stefano è esoterismo puro. Prima di tutto perché strutturata secondo una linearità magica e significativa: i movimenti narrati sono tre, e fanno da stadi evolutivi della materia da dichiarare, e non per caso il primo atto è un fiume, il secondo una fuga, il terzo un desiderio. Nell’inizio, lo scorrimento della parola sfoga quel che Stefano vede, sente, incontra, ma soprattutto ciò di cui è parte integrante e nolente: le “silenziose folle spente” che si fanno largo in una quotidianità troppo anonima, sono masse scrutate ma anche subìte durante i modi del loro divertimento, e l’unica arma che ad esse si possa opporre è l’”essere fuori tempo”, e custodirsi tali con audacia infinita. L’uniformità esasperata è la denuncia che l’autore affida al primo suo procedere in flusso, registrando i colori stinti, i fetori nauseabondi, i fragori molesti; tutti gli aspetti spiacevoli e non leciti, insomma, di una condizione contemporanea tanto comune quanto malamente celata. Un mantra indovinato espone l’oggi del lavoro, che spoglia il sé di creatività e inficia anche l’arte di metodo produttivo: “lavorare bene/ lavorare sodo/ lavorare come si deve/ lavorare su versi/ lavorare sul prossimo racconto”. Le ripetizioni, gli elenchi, gli inventari sono preghiere ricorrenti anche in seguito, come note fini di un rimprovero costante, a ben rendere la situazione automatizzante del momento. In più, i richiami letterari, musicali, storici, sono incalcolabili e rendono lo scritto un labirinto di link impossibili da cliccare. Ci starebbero bene freccetta da puntare e universo da spalancare, ma il dissolvimento del presente si realizza anche tra questi impedimenti, e nell’auspicio maledetto dell’ “ecco cosa ci vorrebbe: un cappio”. Nella seconda parte, il presente cede la gogna al passato, e la confessione sfrenata di prima si fa narrazione cauta dell’inenarrabile. “ Ci sono storie / che non devono essere raccontate / quando in tasca / non rimane altro”. L’esplorazione qui si fa aguzzina, la penna – l’oggetto non si usa più, ma l’atto sempre penna rimane - si cala nei tombini fondi delle fogne più sudice, per sganciarsi prudente eppure voluttuosa dalla corda della risalita, e affondare nell’inchiostro più inquinato. Giù, più giù, in profondità, fin nel sottosuolo delle cronache (im)possibili: “perché a dire si rischia / di perdere tempo / di espiare a stento / malcelate sicurezze”. Alla ricerca di memorie sotterranee, Stefano raccoglie la risorsa-tempo, “un tempo senza tempo”, e la sua finitudine fatta di fretta e ansia. Attraverso gli occhi indagatori, bloccati da un’ipnosi destabilizzante ( “in my eyes / in my eyes / in my eyes” ) l’autore chiede e non ottiene il diritto alla lentezza, e la denuncia adesso è contro un mondo che ci pretende disponibili-funzionali-ininterrotti, 24 ore su 24. Insostenibilmente. Non resta che scappare. La terza parte è l’attesa, l’aspettativa, quel che verrà. E la materia - putrefatta in prima fase e purificata poi - ora può cedere al sogno, alla chimera, all’utopia di uno stato differente delle cose. Anche della poesia, che “ è tutta / incentrata / su di una scelta entropica / del Paradiso”, ma che è cosa fatta da gente inchiodata a sé, pronta a muovere parole per un prestigio tutto pubblico, e che tanto diffonde ma nulla comunica. L’alchimia è terminata, la materia è sublimata, l’opera è al rosso: Stefano ha concluso un libello solenne e creativo, più che buono e più che etico, che risveglia - nell’occulto di una frase netta - l’urgenza del passaggio poietico/poetico/politico. Perché Poesia ritorni a sorvegliare, Militanza recuperi sentimento, Cultura restituisca approdo. Per questo, occorre “essere presenti / e invece si è pigri. Insopportabilmente pigri.

fonte Cool Club

martedì 25 marzo 2008

Stefano Savella su Ieratico Poietico




















Da pochi giorni è in libreria Ieratico poietico (pp. 40, euro 5), un vero e proprio poema contemporaneo di Stefano Donno, pubblicato nella collana I poeti del poet/bar di Besa Editrice diretta da Mauro Marino. L’autore ha un blog personale, http://stefanodonno.blogspot.com/, sul quale si possono già consultare alcune recensioni sulla sua nuova opera, che segue le precedenti Sturm and Pulp (raccolta di poesie, Lecce, 1998); Edoardo De Candia, considerazioni inattuali (Lecce, 1999); il romanzo Se Hank avesse incontrato Anais (Lecce, 1999); Monologo - + (Copertino, 2001); la raccolta di racconti Sliding Zone (Lecce, 2002); il saggio L’Altro Novecento – giovane letteratura salentina dal 2002 al 2004 (Lecce, 2004).

Ieratico poetico è sviluppato in tre movimenti dove si alternano l’accumulazione e la riflessione, il lirismo e la prosa, italiano e inglese, autobiografismo e citazionismo. Il primo e più corposo movimento, Flumen, dirige il corso del poema in gran parte degli esiti successivi. Ne è messa in luce un’umanità (in)dolente («fottere gli stranieri / fottere i dispersi / fottere i disadattati»), come dolenti sono le mura del paesaggio cittadino che fa da sfondo («dove i piccioni smerdano / gli archi grandiosi») e dolente è il canto po(i)etico dell’autore («quanta fatica / ogni giorno / evitare gli abissi / barattare parole / mentre il giorno / vacilla / sui miei occhi / imploranti / misericordia»). Fiumi di citazioni letterarie, filosofiche, musicali e cinematografiche (si parte con Charlie Chaplin per finire a Vin Diesel) costituiscono la nervatura del poema che anche per questa caratteristica è necessario definire iper-moderno. Allo stesso modo interessante è la ripresa ciclica all’interno del poema di quello che il poeta stesso, nell’ultima pagina del libretto, definisce «un discorso di denuncia del mercato dello spettacolo, del trionfo della macchina, sentendo l’invenzione poetica come documento etico». Una denuncia che appare evidente nella ‘trama’ del poema e che tende ad assumere i tratti di un discorso ancor più vasto, che fa ricorso alla storia del Novecento, alla crisi della società post-industriale, riprodotta baustellianamente con le immagini della crisi dell’individuo, nei bar, in casa, per strada, in gruppo, in treno, ovunque gli sia possibile «protestare... che il viaggio è troppo lungo».

Ha scritto Luciano Pagano nell’introduzione, dal titolo Una canzone di città, al poema di Stefano Donno: «Rispetto ai maledetti del secolo scorso Stefano Donno ha un vantaggio, quello di poter mascherare e nascondere il suo ego dietro un affastellarsi di immagini che non ha più il suo referente nei papiri inceneriti di una biblioteca alessandrina, bensì in una wikipedia infinita nella quale tutti i linguaggi e tutte le nozioni si trasformano nei colori di una palette personale. Questi versi regalano ordine alla visione di un mondo caotico, malgrado la dichiarazione di non intento al poetare di altro, “sguardi / in un cesso di locale / che arrivano a testa bassa / tra codici sorgenti”».

Pubblicato da stefano savella su PugliaLibre

lunedì 24 marzo 2008

Eva contro Adamo. Una storia d’identità di genere, di Giovanna Vizzari, a cura di Anna Antolisei, LietoColle


















Se in un corpo d’uomo vive una donna. Ma anche il contrario. Giovanna Vizzari, nota poetessa e scrittrice nata a Piombino, discepola di Betocchi e Luzi, autrice di opere ampiamente riconosciute come Le lunghe ombre dei campi e Un Letto per Penelope, col romanzo Eva contro Adamo affronta un tema che oggi fa ancora tanto discutere e riflettere. “Sin dalle umane origini il rapporto tra portatori di sesso opposto si è rivelato tanto complementare quanto contrassegnato da un antagonismo che, nelle sue mille sfaccettature più o meno evidenti, più o meno sostanziali ha scritto, nella storia dell’umanità, pagine di straordinaria ricchezza e varietà: memorabili commedie o drammi in un perenne susseguirsi che, ancora ai nostri giorni, non vede la sua fine. Di gran lunga si aggrava questa compatibilità, spesso paradossalmente incompatibile, quando i medesimi conflitti vengono a trovarsi nel medesimo individuo; quando in un corpo d’uomo abitano una mente ed una psicologia femminili, e viceversa. Questo il tema che ha voluto affrontare Giovanna Vizzari nella sua più recente opera in prosa: racconta infatti con coraggio, senza falsi pudori e con impeccabile competenza, ‘una storia d’identità di genere’ che ha come protagonista l’opposizione tra il maschile e il femminile nella sua manifestazione più estrema, quella della transessualità”.
Infatti spiega la curatrice del volume Antolisei.
Protagonista della storia è Simone. Simona. Creatura che vuole esser donna ma in fattezze d’uomo. E la sua famiglia non sa capire. La società da invece solamente falsa comprensione. Eppure, oltre quanto in tutto questo, ci sono alcune amicizie. Il percorso di Simone – Simona è dunque caratterizzato da momenti durissimi, in una Capitale fatta vedere con mille occhi. Dove allora il dramma del personaggio centrale delle vicende non è che un soggetto rappresentativo di tante altre vite. Fino all’ospedale, che darà la risposta tanto attesa.
La transessualità, va specificato, grazie a questo romanzo, è presentata quale normalità considerata generalmente anormale. Giovanna Vizzari con la sua scrittura permette a tante e tanti, magari a tutte e tutti – persino - , di affrontare una tematica presa normalmente di mira. Con la grazi stilistica che le è propria, poi, la scrittrice d’origini toscane da uno strumento in più per sghignazzare di fronte ai volti tristi degli ignoranti.

NUNZIO FESTA

domenica 23 marzo 2008

Elisabetta Liguori su Ieratico Poietico




















Lo Ieratico poetare dei tempi.
Lettura di “Ieratico Poetico” di Stefano Donno – Besa - 2008


Davanti ad un vero poema epico contemporaneo in tanti potrebbero strabuzzare gli occhi, scuotere la testa scettici, ne sono consapevole, e questo perché in tanti hanno paura della poesia, soprattutto oggi, della sua rapidità, della vastità della sua verità soggettiva, della sua fatica intellettuale, quanto della sua inevitabile crudeltà.

In tanti hanno paura persino degli eroi, specie di quelli moderni, specie di quelli del sud, ancor più imprevisti di molti altri.

Ma la poesia è musica del tempo che viene e delle sue gesta. Deve destare sorpresa. Quella di Donno, nel dettaglio, è contemporaneo, omaggio al mito e riesce ad essere fortemente eroica, anche quanto appare semplice, anche quando inneggia al nulla. Un nulla sapido, ma pur sempre un nulla. Dalla forza di un singolo eroe da niente e da quella di un popolo intero, infatti, Stefano Donno ha tirato fuori un vero poema per Besa editore. Una rarità quindi, spaventosa ma autentica. E terribilmente moderna, poiché i piani d’ascolto, tutti diversi, risultano connessi, contigui, per quanto disomogenei.

Non è una poesia della pancia, la sua, ma globale. Un poema sulla fatica dell’ascolto e le sue contraddizioni.

In Ieratico Poetico, con suoni forti, tinte a tratti fosche e grande rispetto per la comica grandiosa miseria dei luoghi di provenienza, ecco prendere suono la città, il sud, l’Homo Civicus e i suoi desideri.

Il tutto in tre movimenti:

1) il respiro autonomo, ritmico e iconografico della città e del sé in intreccio;

2) le cose del tempo da tacere poetando;

3) l’esplodere rapido del desiderio di essere e dire nel mondo.

Cercherò di spiegarmi meglio per punti anch’io:

1) Questo poetare è ieratico, perché sacerdotale. È diretta conseguenza della volontà di tracciare un segno sacro nell’aria, di indicare un cammino possibile, lasciando che la scia sorprenda per suoni e vigore quanti la osservano. Quello stesso segno, poi una volta mosso, si perde nelle forme geografiche naturali o antropiche, ne diventa parte. Non è assertivo, ma attento. Per questa ragione, mi pare vero che la poesia di Donno si faccia da sé. Il poeta si limita ad ascoltare, a riprodurre suoni quasi fosse un strumento a fiato e quello che riproduce dunque è respiro. Artificio respirato. Respiro che si fa tempo e immagine, cadenza tecnologica, memoria iconografica, suono ancestrale, mescolando il sé con gli stimoli esterni. Ecco il senso del primo movimento poetico costruito da Donno dunque: automatismo personale, indotto e condotto con sacralità e ritmo, che richiede una fatica immane, ostinazione cruda, ossessivo orecchio, lavoro duro, lavoro sodo, lavoro vita, sempre, di morfinico imbestialimento/ in autunno/ in primavera/ in estate.

2) La poesia deve tacere l’ego, secondo Donno. È il suo vanto questo suicidio. Deve dire del mondo attraverso l’io, ma tacerne la gola. Essere vivi è già un incubo e dunque la poesia deve essere culla che addormenta l’orrore personale e tiene sveglio quello comune. Filtro che evacua un sospiro. Che lo condivide. Sospiro faticoso di un uomo che viaggia su un’autostrada di cemento verso un’ignota destinazione, ed è e resta un uomo come tutti, che di tutti è la somma fedele quanto epica. Solo così il singolo può riappropriarsi del proprio sfinimento e dare senso compiuto al racconto di sé. Perché chi scrive non può fare a meno di soffiare nelle orecchie dei suoi simili, ma un valore deve pur darlo al suo fiato e far sì che non sia solo aria. Ne consegue che il secondo movimento altro non è che quello della cancellazione, della rinuncia e del nuovo incipit. Chi vuole ascoltare davvero deve saper intrecciare il rumore, agganciare un suono all’altro e poi dimenticarli per ricominciare.

3) È umano questo poetare? E se lo è, in che termini?Questo sembra chiedersi Donno tra i suoi ironici giochi lessicali e grafici. Forse lo è quanto lo è il desiderio. Lo è quanto il contrasto tra quello che dovrebbe essere e quello che è. È dal conflitto tra il dover essere e l’essere che nasce l’arte degli uomini. Sempre. Anche la poesia. È questione di sopravvivenza. Quindi il desiderio che muove anche il poeta è comunque quella sopravvivenza. La resistenza. Non una sopravvivenza minima, però io credo, ma ieratica. Autentica e forte come quella voluta da un Dio civico. La poesia è tutta qui/strategie politiche/ di rispetto della mitologia. A quel Dio civico e rumoroso, che costruisce calendari e atlanti, Donno risponde con il suo Homo Civicus. La sua è la costruzione in versi di un prototipo umano con la quale l’ uomo/poeta si confronta. L’individuo che rammenta, che Sente la collettività, la civiltà che lo attraversa, i luoghi che calpesta e dai quali è calpestato, ben responsabile delle sue orecchie, quanto della sua lingua, quanto del suo sesso, opposto al c.d. Homo Emptor, il corruttore, l’individualista radicale, il distratto. L’uno fa da contro canto all’altro, ugualmente incidenti sulla grande e la piccola Storia.

L’immagine che Donno crea con i suoi versi è dunque sempre duplicata: un uomo e l’altro, il singolo e il gruppo, la qualità e la quantità, l’eremita solitario e il cosmopolita utilitarista, l’ego e l’io, il corpo e il poeta. Ed ogni duello, ne deriva, ha il suo suonare sapiente, immediato, riconoscibile. A volte terrorizzante.


fonte www.salentopoesia.blogspot.com
Paese Nuovo del 23/03/2008

sabato 22 marzo 2008

Spot book n.5












Il volo del calabrone. Un progetto di poesia perfomativa

postfazione di Gabriele Frasca, a cura de “Gli Ammutinati”, Trieste, Battello stampatore, 2008, euro 10.

Testi di:

Dome Bulfaro, Silvia Cassioli, Matteo Danieli, Luigi Nacci, Adriano Padua, Luciano Pagano, Furio Pillan, Silvia Salvagnini, Christian Sinicco.

***

Dalla nota dei curatori:

[…]

Pubblicare l’ennesima antologia non è di certo un esercizio di sopravvivenza, né per chi l’ha scritta, né per chi la leggerà. Il motivo che ci ha spinto a pensarla e a realizzarla è un altro: ci è parso di individuare nella poesia degli ultimi anni due tendenze, se non dominanti perlomeno più aggreganti rispetto alle altre: da una parte un sostanziale arretramento della lingua poetica a bisbiglio prosastico, privo di ritmo, di musicalità; dall’altra parte invece un rinsaldarsi delle posizioni post-avanguardiste attorno a una lingua experimentum, la quale a volte si ri-metricizza rigorosamente, a volte si fa canto, a volte si struttura quasi a simulare il rap. Non stiamo affermando che questi siano i filoni maggioritari o più importanti, sosteniamo soltanto, basandoci sul dato empirico delle nostre esperienze, che a noi queste due linee sembrano oggi nell’atto di venir marcate con più forza, anche grazie a riviste, case editrici, siti internet, blog e festival che prediligono più dichiaratamente l’una rispetto all’altra. Postulata tale visione come base del nostro ragionamento, a noi sembra che manchi l’attenzione verso la linea o l’incrocio di linee che ricercano una zona mediana tra le due sopracitate: un limbo in cui la parola riesca a stare, come un equilibrista, in bilico tra ricerca di senso, costruzione di una visione del mondo e ricerca metrico-prosodica (anche in direzione di nuovi spazi metrici) senza che nessuna di tali tensioni si sacrifichi per far spazio all’altra. Consci della pericolosità del nostro dire, non ci azzardiamo avanti in disquisizioni teoriche che potrebbero ricordare la prosopopea di certi manifesti del passato. Qui non vi sono proclami. Ci siamo sforzati di immaginare quella zona mediana, dopodiché siamo andati alla ricerca di coetanei (nati dopo il 1970) che a nostro personale modo di vedere possano rientrare in quella zona, quindi abbiamo chiesto loro di spedirci dei testi che a loro modo di vedere potessero rientrare in quella zona, infine abbiamo selezionato i loro testi cercando di farli stare nel cuore di quella zona il più possibile. Et voilà: ecco - sarà un caso? - un gruppo di autori che sa anche performare i propri testi!

Il calabrone vola tenendo come rotta la linea che taglia in due parti uguali (ma non per forza superfici fatte solo di angoli retti) quella zona mediana. Il calabrone simboleggia la parola carica di senso e di vitalità che crepitando/risuonando tiene la rotta senza abbandonarla mai: un calo del battito vorrebbe dire caduta/morte, la mancanza di una meta verso la quale volare genererebbe titubanza, cioè temporeggiamento, cioè caduta/morte.

[…]

***

(sopra, particolare della copertina: disegno di Ugo Pierri)

Per info o acquisti, scrivere a:
ilvolodelcalabrone@gmail.com

fonte Musicaos.it

Irene Leo su Ieratico Poietico (Besa, 2008)






















...”Parole sicure

facili muse

sopra la neve

idee a mille sillabe

spartito musicale

grande annunciazione

canestri di fede

tacciono come dimore

traslate

su zolle vogliose

di un destino infame

chiuso dalle rimembranze..”

La Poesia è un vestito. Affermazione banale forse. Ma rende l’idea. Mi spiego. Una veste prende la forma di chi la indossa, creando curve più o meno evidenti in base alla flessuosità della Psychè di chi la incontra. Appare così un’anima al cospetto di se stessa se rimaniamo sospesi all’apparenza soltanto di questo Poema, ma siamo sicuri sia solo questo? Siamo sicuri Che Donno abbia “solo” voluto raccontare se stesso? Per una mente poco “allenata” alla poesia, la risposta potrebbe risultare come un sì. Attenzione. L’autore adotta una visione diretta di un mondo descritto con occhi “rap”, che mirano a denunciare, e non esaltano nulla di quello che incontrano, ma in verità è Poesia che posatasi sulla complessa struttura mentale dell’Autore diventa liquida ed indaga un mondo, e poi un altro ed un altro ancora. Bisogna svuotarsi per riempirsi di vita, bisogna mettere da parte se stessi, per fare della Parola stendardo beat. Il nuovo fiorisce sulla coltre del quotidiano, perché non importa cosa ma come. Il linguaggio poetico è slegato e pare intrecciarsi alle virtù visionarie delle parole. In Ieratico Poietico il flusso di immagini è costante, e come un filo d’Arianna che il lettore man mano lega a sé, in un gioco di specchi in cui la voce narrante è la sua voce, gli occhi guardanti i suoi occhi, le mani toccanti le sue mani, la pelle fremente la sua pelle, e la città non luogo, casa sua. Di casa nostra noi conosciamo ogni millimetro quadrato così come del reale presente qui esposto, non siamo esterni, ma interni, abitanti delle nostalgie delle stanze della mente. Ma nulla è fermo qui. Tutto respira e si fa nervatura umana, pensiero, movimento, riflessione. A proposito di quest’ultimo concetto. Proviamo a riflettere sul “nome e cognome” di questo lavoro che l’Autore ci presenta. (C’è chi disse una volta che il titolo di un libro è la filosofia del libro).Dunque Ieratico ovvero Ieratikòs , dal greco sacerdotale, una forma di scrittura impiegata per conservare sui papiri in primis, una sapienza antica attraverso una forma particolare di linguaggio anch’esso antico , e poi Poietico da poièsi dal greco Póiēsis, creare, che indica l’attività creatrice dello spirito. Ma Ieratico è anche lo sguardo di quelle belle e splendide icone bizantine che non si lasciano guardare ma guardano, con occhi fissi. Fissità in antitesi con creazione. Siamo di fronte ad uno scrivere poetico che trae le sue radici dalle profondità siderali dell’anima, come tutta la Poesia solitamente, ma tale “estrazione” non è “astrazione”, è mediazione perché il poeta si fa strumento. Si fa voce. Voce delle voci. E Si è travolti da quest’onda,ed il lettore beve tutta d’un sorso la Verità di Donno, ovvero questa oscillante meditazione sui moti del vivere che assume carattere universale ma autentico.

Ci sono storie che non devono essere raccontate , e La poesia è tutta una bugia… ma Talvolta/ci si sente ardere/su dei ceppi accesi/e non bastano/ore intere/per scrivere.

E’ vero non basta il tempo. E’ un cerchio questo scrivere che ammette un incipit ma non finali attesi, perché la coscienza della rivelazione è nel viaggio che dall’esterno porta dentro noi stessi.

Irene Leo

fonte www.ireneleo.wordpress.com

venerdì 21 marzo 2008

Poemamore di Irene Leo













La valigia,
rossa di rosa
a gambo verde
-inchiostro di
noi-,
sulla porta
guarda.
Sfugge una piena oliva
dalle ciglia di pietra
del tetto a "pignòn".
E' la luna,
stringe
sospesa,
l'anima alla calce
della muraglia, viva.
Toom toom,
pare bussare
è l'amato occhio
che beve
il succo del frutto.
Proibito-shhhhh-
sale,
il silenzio alle cinque.
Canuto zucchero
caldo di bar,
nei polpastrelli sonanti
le stelle-
sfiorite in tasche
chiuse dischiuse-
Scalzo,ripiega
il tempo
i battenti
tra i denti.
Ho lasciato
un piede fermo
sul lembo di vento
e capelli con te.
Non orma
che l'aria viziata
di nero la ingoia,
ma materica -mia-parte
nel viaggio,
ti regalai.
E tu lasciasti
sul cuscino dei palmi
aperti,
un piede tuo
ossuto di sogni.
Attendo.
Attendi.
Assieme soltanto
cammineremo,
noi.


Nota Biografica.
Sono figlia di un'ottima annata-1980-, Dottore magistrale in Beni Culturali,nonchè Maestro d'Arti Applicate, e soprattutto dilettante del vivere. Oscillando tra passi terreni e voli celesti mi sono innamorata di Madama Poesia e di ogni materia che implica creatività.Scrivo scrivo...scrivo. (Psiche e Queen Ishtar due miei pseudomini nella rete.) E tra una scrittura e l'altra scatto per altrettanta passione e gioco in dig-art, tanto per prender fiato. Sono una figlia del Sud che mescola alla terra arsa il candore della spuma marina, e non ammette mezze misure:o il tutto allo stato violento o il niente allo zero assoluto.

fonte iconografica www.storiadopostoria.blog.kataweb.it

giovedì 20 marzo 2008

Spot Book n.4



















Il contenuto

L’ideologia del terrore ha caratterizzato l’affermazione tragica dei sistemi totalitari nel corso del Novecento. La follia rigeneratrice per la costruzione dell’uomo nuovo, per il trionfo delle leggi della storia o della natura ha animato una dimensione ferocemente spietata del potere. Questo libro tiene conto di quella vicenda, ma si concentra sulla possibile esistenza di una nuova versione del totalitarismo o, meglio, della tendenza totalitaria che attraversa le società cosiddette democratico-liberali. Quali forme assume l’attuale totalitarismo postideologico? Si tratta di un totalitarismo senza un centro identificato ma socialmente diffuso, intrecciato alla potenza del mercato globalizzato e allo scientismo tecnologico, con le sue pretese di misurazione e di controllo dell’esistenza. Un totalitarismo che, pur in un contesto storico-politico profondamente diverso, conserva il nocciolo della versione originaria, ovvero l’incidenza del potere, nella sua variante biotecnologica, sulle condizioni di possibilità della vita stessa.

L'autore

Massimo Recalcati, uno tra i più noti psicoanalisti lacaniani in Italia, è fondatore di «Jonas. Centro di ricerca psicoanalitica per i nuovi sintomi». Insegna all’Università di Bergamo. Per le nostre edizioni ha pubblicato Anoressia, bulimia e obesità (con Umberto Zuccardi Merli, 2006).


Contributi di:
Massimo Recalcati, Totalitarismo postideologico
Simona Forti, Il Grande Corpo della totalità.
Immagini e concetti per pensare il totalitarismo
Rocco Ronchi, Parlare in neolingua. Come si fabbrica una lingua totalitaria
Massimo Recalcati, L’eclissi del desiderio
Davide Tarizzo, Applauso. L’impero dell’assenso
Franco Romanò, Il potere come enigma e il riso degli amanti
Giovanni Bottiroli, Non sorvegliati e impuniti.Sulla funzione sociale dell'indisciplina
Lorenzo Bernini, Il dispositivo totalitario
Francesca Salvarezza, Totalitarismo, immagine e immaginazione
Matteo Vegetti, Il politico dopo lo Stato
Adriano Voltolin, Forme attuali della “pulsione gregaria”
Mercedes de Francisco, Totalitarismo ed esistenza
Marco Focchi, La totalizzazione della salute e l’imperialismo del positivo
Giovanni Mierolo, Il totalitarismo delle istituzioni moderne
Ambrogio Cozzi, Ripensare il totalitarismo oggi
Fabio Galimberti, La macchina della rimozione
Franco Lolli, Degradazione autoritaria nel maneggiamento del transfert


FORME CONTEMPORANEE DEL TOTALITARISMO, RICALCATI MASSIMO (a cura di), Bollati Boringhieri editore, 2008

mercoledì 19 marzo 2008

VUOTO A PERDERE – le Brigate Rosse, il rapimento, il processo e l’uccisione di Aldo Moro















L’operazione di Manlio Castronuovo risulta essere non solo interessante ma di pubblica utilità per quanti volessero una “guida ragionata” su un accadimento come “il caso Moro” proprio della Storia Contemporanea italiana, che ha lasciato e lascia innumerevoli questioni aperte, molte delle quali forse non troveranno soluzione alcuna. L’obiettivo dell’opera in oggetto non mira esclusivamente ad una organica ricostruzione dei fatti, dal rapimento dell’onorevole Aldo Moro il 16 marzo 1978 in via Fani al ritrovamento del cadavere il 9 maggio, e neanche ad una puntuale analisi dei contenuti dei 55 comunicati ufficiali delle Br in tutto quell’arco di tempo o di altri aspetti della vicenda . Manlio Castronuovo redige per moduli contenutistici, attenti inserimenti di topografie urbane di Roma in cui si sono svolti i fatti, foto e quant’altro, nonché schede sintetiche di ogni passaggio analizzato (perché la scelta del rapimento di Aldo Moro, l’ipotetica collusione delle Br con nuclei deviati dell’Intelligence Italiana, interventi esterni di altri servizi di intelligence, Gladio e Br, Gladio e Sismi) uno spazio cronachistico, storico e storiografico che porta il lettore ad avere non solo un quadro chiaro di tutti gli aspetti esposti, ma a porsi degli interrogativi che potrebbero addirittura delineare i contorni di risposte chiare che nessun altro libro sull’argomento potrebbe suggerire, generando coscienza, e desiderio di conoscere la verità, senza se e senza ma. Una verità che dimostra in fondo, secondo un mio personale punto di vista, e Manlio Castronuovo lo fa in punta di penna, come il Governo italiano con la sua strategia della fermezza, ha voluto decretare la morte stessa di Moro, il quale fuori da ogni ragionevole dubbio, era a conoscenza di molte zone d’ombra della politica italiana di quel periodo. Un libro che potrebbe entrare di diritto nella bibliografia consigliata nelle scuole, nelle università, ma peraltro a piena disposizione di un pubblico variegato, anche non semplicemente appassionato di questo genere editoriale, che verrebbe coinvolto da quest’opera in maniera totale. Lo stile utilizzato dall’autore è sobrio, incalzante, tagliente come un racconto di Lucarelli, sovrabbondante nella resa ad alta definizione della mitopoiesi narrante circa l’aspetto linguistico, quasi si stesse assistendo ad una trasmissione televisiva come un Mixer o Porta a Porta creata appositamente sul tema “Il caso Moro”. Scrive infatti Giovanni Pellegrino nella prefazione al volume: “L'obiettivo vero e originale del lavoro è quello di lasciare al lettore la possibilità di valutare quali elementi siano credibili e quali no, sulla base delle prove e delle risultanze che, per ciascuna tessera del puzzle, emergono dall'analisi portata avanti dall’autore. Pregio ulteriore del testo, è la sua articolazione in una struttura modulare composta da sette atti, sviluppati secondo la tecnica delle “Domande&Risposte”, e che si concludono con un riepilogo che evidenzia gli aspetti più significativi dell’analisi. Il lettore è spinto con forza lungo un crinale ermeneutico, che lo trascina lungo gli eventi con la curiosità tipica di chi vuole scoprire da solo “il finale”.



VUOTO A PERDERE – le Brigate Rosse, il rapimento, il processo e l’uccisione di Aldo Moro
di Manlio Castronuovo (Besa editrice)

domenica 16 marzo 2008

Alfonso Berardinelli e Star Wars



















Un piccolo libro, ma denso, densissimo di rimandi, ricco di innumerevoli spunti di riflessione, puntuale, rigoroso, mai eccessivo o ridondante nell’analizzare i problemi, o nell’affrontare da più punti di vista, un orizzonte quanto mai oscuro, etereo, labile come la Poesia. Suddiviso in quattro capitoli (“La poesia ieri, la poesia oggi”; “Poesia e genere lirico. Vicende Postmoderne”; “Sulla traducibilità della poesia italiana contemporanea”; “Montale e la sopravvivenza della poesia”), il libro di Berardinelli diventa un ottimo strumento per il lettore che ha da sempre ritenuto la Poesia, come qualcosa di ostico, difficile da digerire, complesso nel suo essere simultaneamente bit semantico e moltiplicatore di senso, o meglio condensatore di multiversi, dove la Parola abbraccia segmenti di vita o intere epoche, vicende, storie e fallimenti, gioie, ansie, paranoie, e interi disturbi del sistema binario dell’odierno uomo cyber-tronico (come link ad un bellissimo lavoro di Valerio Magrelli - ndc) . “Poesia non poesia”, non passa in rassegna con meticolosità né le diverse scuole poetiche della Storia della Poesia contemporanea, né singoli percorsi poetici in essa inscritti, quanto espone come la Poesia si trovi in un momento in cui le diverse grammatiche provenienti soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa, tendenti sempre di più verso una spettacolarizzazione dell’esistenza, l’hanno trasformata in un reality più consono alla performatività (concordo con quanto dice l’autore sul fatto che se non ci fossero i readings estivi, chi si azzarderebbe a comprare e leggere un libro di poesia …) che alla ragionata ed eterea nobiltà del verso letto, sussurrato e studiato. E’ inutile ripetere il luogo comune di quanti poeti ci siano in giro, o di quanta Poesia taroccata si spacci nelle periferie del Suo regno, di come generi musicali sul piano del ritmo e del respiro della parola, come l’hip hop o il rap, meticciano e compromettono l’identità stessa della Poesia. Colpa del post-moderno, questa tremenda malattia diffusa da orribili untori come Jean-Francois Lyotard, Jean Baudrillard, Jacques Deridda, Michel Foucault, Gianni Vattimo? A chi attribuire la colpa del fatto che a tutt’oggi ci si interroga cosa sia la Poesia e cosa no? A William Burroughs, a Ginsberg, a Kerouac? Berardinelli fa parlare nel suo libro grandi maestri Jedi (e Berardinelli li considera veramente tali proprio come quelli che in molti hanno potuto osservare nella saga cinematografica di Star Wars) della Poesia, da Wystan Hugh Auden ad Hans Magnus Enzensberger, sino a Pasolini e Montale, riuscendo in questo modo a far capire al lettore attraverso le esperienze di questi giganti del verso, che molto è stato già fatto, ma che ancora c’è molto da fare in Poesia … forse c’è ancora talmente tanto lavoro, che sarebbe il caso di ri-pensarla !


Alfonso Berardinelli (Roma, 1943) è un critico letterario e saggista italiano, collabora a Il Sole 24 Ore e Il Foglio. Nel 1985 insieme a Piergiorgio Bellocchio ha fondato e diretto la rivista di critica Diario. Ha insegnato, come professore ordinario Letteratura contemporanea presso l'Università di Venezia dal 1983. Dimessosi nel 1995, nel solco di Cesare Garboli, in aperta critica con il sistema corporativo della cultura in Italia.



Alfonso Berardinelli, Poesia non poesia, Einaudi, pp.104, 2008

I Simpson utilizzati in questa sede come fonte iconografica sono opera di Matt Groening

sabato 15 marzo 2008

Quel 16 marzo di trent’anni fa!




















1977. C’era stato il settembre, l’ultimo atto d’una tragica ‘festa’, il definitivo epilogo di quel movimento che dalla fine degli anni sessanta, con profondi e sofferti mutamenti interni, aveva tenuto desto il desiderio e la speranza ‘di un Mondo diverso’. ‘L’impossibile’ di cui non potevamo allora accorgerci!!!

Altro si preparava e lo scampolo del settantasette annunciava un vento ‘nuovo’.
Ma non sempre il nuovo e buono… .

Per me sì! Per i miei compagni pure: partivamo, lasciavamo la città. Avevamo scelto un posto piccolo per la nostra iniziazione alla vita. L’università era un po’ questo. Andarsene, cominciare a vedersela da soli. Fare i conti con la responsabilità, la sopravvivenza e con il piacere.

Urbino ci sembrava l’ideale. In una buona posizione geografica ma col giusto isolamento. Città piccola ma molto trafficata. Tutte anime in cerca. Avevo scelto sociologia, affascinato dai ‘grandi’ nelle socializzazioni politiche degli anni extraparlamentari. Sociologia: andare a guardare nelle pieghe, spiare, nascondersi, mimetizzarsi per capire ‘l’altro con gli altri’. I sistemi, il grande e il piccolo. Gli orientamenti e l’odore della vita. Una visione ideale presto delusa da un idea numerica, statistica delle scienze umane. Ma poi studiare era solo un fatto laterale. Altro era attraente. E Urbino era un po’ un enclave di creativi, di ‘freak’ per natura post politici, in cerca di emozioni forti. Il vero fronte fu quello, almeno per un po’ meno combattivo, di lasciarsi nelle braccia di Morfeo: l’illusionista che trafficava in polveri per domare gli ardenti spiriti.

Poi venne marzo. Il 16 marzo 1978.

E il “vento nuovo” s’annunciò, a lezione, la faccia del nostro professore sbiancò, insegnava sociologia del lavoro, un uomo impegnato nel sindacato: un omino gli si era avvicinato per sussurragli qualcosa all’orecchio!

Ci disse: è successo un fatto molto grave, devo lasciare Urbino. La consegna è di rendersi irreperibili. Hanno rapito Ado Moro. C’è aria di golpe.

Giuseppe D’Avanzo su Repubblica scrive: “Non c’è chi non ricordi dov’era e con chi in quel momento, che cosa disse e fece in quel momento preciso quando seppe che cosa era accaduto a Roma. Non c’è chi non abbia ancora negli occhi – al punto da poterne sentire ancora l’ansia – i parabrezza frantumati, i fori neri nell’auto bianca, il corpo di Iozzino a braccia larghe coperto da un lenzuolo bianco e la macchia di sangue sull’asfalto – densa, scura – un caricatore vuoto accanto al marciapiede nel piano sequenza di tre minuti e dodici secondi dell’operatore del Tg che accompagna la voce ansimante di Paolo Frajese”.

E’ vero ricordo tutto chiaramente, quel tempo è rimasto nitido.

A noi ci prese una strana euforia. Aldo Moro era un “nemico”, era lo Stato, era la DC, chi aveva sconfitto e resa vana la nostra utopia, la rivoluzione. Quello che gli era capitato era da considerarsi un incidente sul lavoro. Una conseguenza, un rischio che egli doveva calcolare. Così dichiarai, in una assemblea convocata in fretta con un passaparola che in pochissimo tempo raggiunse tutte le aule della città studi! Mi sorpresi di quello che avevo detto. Ero rimasto sempre muto sino a quel momento. Ore e ore di assemblee, di attivi, di riunioni io, a Lecce, le avevo trascorse in silenzio. A guardare. A volte non ci capivo gran che. Soprattutto non capivo quell’azzuffarsi continuo dei ‘grandi’ su distinguo sottili, complicati che si consumavano in stanze piene di fumo.

Insomma quel 16 marzo scoprì che potevo esprimere un opinione: Aldo Moro era come un operaio caduto da un impalcatura!

E gli altri? Anche loro? Quei morti, quel sangue?! Nemici di classe, poliziotti, carabinieri… Mi fermai, possibile che la prima mia espressione pubblica avesse il sapore amaro di quel “bigottismo” politico che intimamente avevo sempre rifiutato?

Poi i giorni dell’ansia! Le lettere e la sensazione amara di un uomo violentato, un uomo con la sua fragilità e il bisogno di essere ascoltato. Un uomo rispettoso dei suoi carcerieri che pienamente accoglieva la conseguenza del suo ruolo. Lo stesso non si può dire di tutti gli altri rimasti a guardare, tradendolo! Anche loro carcerieri e complici!


di Mauro Marino

fonte iconografica www.cedost.it

venerdì 14 marzo 2008

Guido Picchi e Francesco Rizzo al Fondo Verri






















Sabato 15 marzo dalle ore 19.30

Le fotografie di Guido Picchi

e le canzoni di Francesco Rizzo





Doppio appuntamento al Fondo Verri, sabato 15 marzo dalle ore 19.30, in via Santa Maria del Paradiso 8, a Lecce con le fotografie di Guido Picchi e le “convergenze armoniche” di Francesco Rizzo.

Guido Picchi milanese di occhi attenti, da poco sbarcato nel Salento - è residente a Torre Paduli, luogo di mito e di coltelli dove la danza perde i sensi nell’incontro gitano che fa sfida - presenta una sua raccolta di fotografie. Immagini prese di lato, di sbieco che il senso viene fuori inatteso e allarga l’amaro e il ridere. Il mare e il rovescio di una barca, i segni sulla sabbia, l’ombra in corsa proiettata sull’asfalto, rami, vertiginosi controluce, costruiscono il teatro immaginario di un “nomade” in cerca di poesia. Tutto diventa altro e racconta, e suggestiona svelando l’inatteso.

Francesco Rizzo e Andrea Epifani accompagnati da Pasquale Zuccalà, propongono la loro ricerca musicale. “Convergenze armoniche” mischiano atmosfere elettroniche che condensano suoni arcaici e le semplicità acustiche che fanno la canzone gioco artigiano, veicolo di svelamenti che spaziano dalla ricerca interiore alla narrazione.




Il Fondo Verri a.c.
è a Lecce in via Santa Maria del Paradiso 8 nei pressi della Chiesa del Rosario
Il nostro numero telefonico è 0832-304522, l’email: marinoma8@fondoverri.191.it
i nostri blog: http://fondoverri.splinder.com
http://leparoledidentro.splinder.com

fonte iconografica www.sentieriselvaggi.it

mercoledì 12 marzo 2008

Crossing Borders. Orality, Interculturality, Memory Archives and Technology

















7th Conference of The International Society for the Oral Literatures of Africa (ISOLA)
Lecce, Italy, 11-15 June 2008
Crossing Borders. Orality, Interculturality, Memory Archives and Technology

Programme

Tuesday 10 June
Arrival of members in Lecce
[University - Buon Pastore, Via Taranto 35]

17-19 Registration
Wednesday 11 June
[Conference Room, Rector’s Office - Chiostro Santa Maria del Carmine]

8.30 Registration
9.30 Opening - Chair: Itala Vivan, Maria Renata Dolce
10.30 Coffee break
11.00 Keynote address - Chair: Hein Willemse (Isola President)
32. Finnegan, Ruth (Open University, UK) - Studying the oral literatures of Africa in the 1960s and today
12.00 Guided tour of Lecce
13.30 Lunch break
[University, Buon Pastore]
15.00 Parallel Sessions 1 - Theory and oral performance
1.1 Chair: Jean Derive
4. Agbajoh-Laoye Oty (Monmouth University, US) - Contesting modernity, decolonizing indigenous spaces: engaging orality and theme in selected African diaspora literature.
8. Akoma, Chiji (University of Pennsylvania, US) - The novel as pepper-soup: stirrings of the oral performance in the New World.
33. Furniss, Graham (University of London SOAS, UK) - On the multiple dimensions of memory in the oral communicative moment.
64. Okpewho, Isidore (Binghamton University, US)- Oral tradition and contemporary society.
1.2 Chair: Antoinette Tidjani
1. Adama, C. Lami (Western Illinois University, US) - Understanding the Igala worldview through their folklore.
5. Agomuo, Vivian (Independent Scholar, Lagos, Nigeria) - Preserving the memories of Igbo culture through festivals.
17. Boscolo, Cristina (University of Mainz, Germany) - Odún: an exploration.
77. Ramagoshi, Refilwe (University of Pretoria, South Africa) - The chicken or the egg, which came first? African beauty pageants.
1.3 Chair: Adetayo Alabi
62. Ogembo, Odongo (Maseno University, Kenya) - The body as a weapon: reflections based on memories of Lwanda Magere.
69. Osai, Jason (Rivers State University, Nigeria) - Inter-world love triangle: contemporary explication of an African legend.
89. Thotse, M.L. (University of Pretoria, South Africa) - “Psatla nkgashana”: African traditional telepathy?
103. Wood, Felicity (University of Fort Hare, South Africa) - The mermaid woman in the 21st century: oral narratives concerning the wealth-giving mermaid woman, the mamlambo, in their modern and contemporary South African context.
1.4 Chair: Françoise Ugochukwu
31. Egejuru, Phanuel (Loyola University, US) - Retrieving and defining critical tools in African orature.
55. Mokobia, Jiff (University of Delta State, Nigeria) - Intertextuality in Achebe’s Things Fall Apart and Arrow of God.
68. Osaaji, Geoffrey Mumia (University of Nairobi, Kenya) - Elements of orality in Ngugi wa Thiong’o’s, Wizard of the Crow.
81. Sangabau, Raymond (Université de Kinshasa, Congo) - Traditional, oral elements and their functions in Achebe’s Arrow of God.
99. Waita, Zachary (Egerton University, Kenya) - Inter-textuality of the oral and written literature in the age of globalization: the case of Ngugi Wa Thiong’o.
17.00 Coffee break

17.30 Parallel Sessions 2 - Identity, orality and human rights
2.1 Chair: Uta Reuster-Jahn
40. Idamoybo, Ovaborhene (Delta State University, Nigeria) - Intertextuality and intercontextuality in Ighopha music of Okpe culture: analysis of the track, In What is Good, we Find Evil by Egbikume Azano.
72. Pecoraro, Vito (University of Palermo, Italy) - Le raï : de la culture bédouine à la culture des cités.
102. Willemse, Hein (University of Pretoria, South Africa) - Re-making histories and memories: the South African Cape musicals of David Kramer and Taliep Petersen (1986- 2006).
2.2 Chair: Isidore Okpewho
50. Lombardi-Diop Cristina (American University in Rome, Italy) - Memories of Italian colonialism: writing the silenced voices of history.
79. Rizzà, Laura (University of Bologna, Italy) - Body language: the slave body and the word in African Diaspora literature.
87. Terracciano Alda (Future Histories Archives, UK) - Trading faces: recollecting slavery - a case study on orality and archives in the African Diaspora.
90. Tidjani-Alou, Antoinette (University of Niamey, Niger) - Ancestors from the East, spirits from the West. A panorama of intercultural themes and motifs from the Nigérien Sahel.
2.3 Chair: Itala Vivan
36. Groenewald, Manie (University of the Witvatersrand, South Africa)- Songs about Zuma: orality and context.
44. Krog, Antjie (University of Cape Town, South Africa) - ” a continous cry…” - bearing witness to Homi Bhabha’s “unequal and uneven forces of cultural representation in the contest for political and social authority within the moral world order”.
46. Kunene, Daniel P. (University of Winsconsin, US) - S.E.K. Mqhayi’s Ityala lamaWele, a dramatic presentation of court proceedings in a Xhosa traditional court.
2.4 Chair: Maria Renata Dolce
11. Asante, Yaw (Mount Royal College, Canada)- Orality and Ghanaian identity: Kojo Laing’s Search Sweet Country.
22. Darah, Godini G. (Delta State University, Nigeria) - Memory, history and the politics of national identity in the popular music of the Urhobo of the Niger Delta, Nigeria.
37. Guardi, Jolanda (University of Milan, Italy) - Le dialecte algérien comme moyen d’opposition politique.
83. Sindoni, Maria Grazia (University of Messina, Italy) - The Creole in the Caribbean: how language can create a cultural identity.

Free dinner
[Chiostro Santa Maria del Carmine, Rector’s Office]
21.00 Traditional music and dances of Salento

Thursday 12 June
[University - Buon Pastore, Via Taranto 35]
9.00 Parallel Sessions 3 - Technology and Archives
3.1 Chair: Graham Furniss
3. Adeniran, Morenike Adunni (University of Ibadan, Nigeria) - Mutation of style in trans- generic narrative fiction.
41. Johnson, John W. (Indiana University, US)- Publishing a successful manuscript in the oral epics in Africa series (Indiana University).
80. Roulon-Doko, Paulette (LLACAN-CNRS, France)– Transcrire, traduire et éditer des contes africains.
101. Wasamba Peter (University of Nairobi, Kenya) - The politics of internet and preservation of African oral literature.
3.2 Chair: Tanure Ojaide
12. Azuonye, Chukwuma (University of Massachusetts, US)- Migration of traditions: memory archives for the reconstructon of the history of African oral literature.
14. Baumgardt, Ursula (LLACAN-CNRS, France) - La mise en scène de la littérature orale dans des DVD filmés : l’exemple des contes peuls du Nord-Cameroun.
39. Idamoybo, Atinuke (Delta State University, Nigeria) - The sustenance of Yoruba musical culture through memory archives and technology.
45. Kuitche Fonkou, Gabriel (Inspecteur Ministère Enseignement, Cameroun) - Littérature orale : mémoire technologique, mémoire historique.
65. Onanuga, Cornelius Oluwarotimi (University of Ijebu-Ode, Nigeria) - The apepe traditional musical rendition of Ijebuland: challenges of preservation and continuity.
3.3 Chair: Winnie Nkhuna
24. David, Maserame Hannah (University of Gaborone, Botswana)- Memory archives, technology and the oral arts in Botswana.
51. Makgopa, Mokgale (University of Venda, South Africa)- Transmission and archiving of oral literature through the click of a button.
54. Merolla, Daniela (University of Leiden, Netherlands)- Verba Africana: pilot project on African oral genres and technology.
84. Smith, Pamela J.O. (University of Nebraska, US) - From traditional historical archives to the new technologies of communication: Akínwùmí Ìsòlá and the video explosion.
3.4 Chair: Tal Tamari
23. Dauphin-Tinturier, Anne-Marie (LLACAN-CNRS, France) - Comment structurer un hypermédia ?
29. Dili Palaï, Clément (Ngaunderé, Cameroun/Arras, France) — Oralité et enjeux des TIC au Nord-Cameroun.
42. Kaschula, Russell H. (Rhodes University, South Africa) - Digitizing and technologizing the oral word: the case of Bongani Sitole.
49. Leguy, Cecile (Université de Paris V, France) + Dembélé Alexis (Paris III, France) - Radio locale et dynamique du conte en milieu rural africain : l’expérience d’une rencontre entre conteurs après dix ans d’interventions à Radio Parana (Mali).
11.00 Coffee break

11.30 Parallel Sessions 4 - Intertextuality. from oral to written texts
4.1 Chair: Russell Kaschula
61. Oboe, Annalisa (University of Padua, Italy) - “Survival is in the mouth”: encoding orality in Yvonne Vera’s writing.
66. Opara, Chioma (Rivers State University, Nigeria) - Fleshing out memory: history and politics in Ezeigbo’s The Last of the Strong Ones.
67. Orobello, Ornella (University of Palermo, Italy)- Identity formation in two generations of African women writers: Emecheta and Adichie.
75. Presbey, Gail (University of Detroit, US) - Prophetess Alice Auma Lakwena: interviews and signage.
4.2 Chair: Cécile Leguy
18. Bourlet, Mélanie (LLACAN-CNRS, France)- La mémoire et le rythme. Sur l’oralité des poèmes de Bakary Diallo (1892-1978).
30. Duruoha, S. I. (Rivers State University, Nigeria) - Tapestry of sounds and symbols: meaning, memory and intertextuality in the poetry of Christopher Okigbo.
57. Mweseli W. Monica (University of Nairobi, Kenya) - Okot P’Bitek and the use of oral literature in his written texts.
96. Ugochukwu, Françoise (Open University, UK) - « Aidez-nous à combattre le mal » - l’arme du chant collectif au coeur du conflit biafrais.
4.3 Chair: Mokgale Makgopa
7. Akinyemi, Akintunde (University of Florida, US) - Contemporary Nigerian dramatists and Yoruba oral history.
26. Delfini, Antonella (University of Bari, Italy) - Elements of oral tradition in Uzodinma Iweal’s Beasts of no Nation.
52. Mamet-Michalkiewicz, Marta (University of Silesia, Poland) - Storytelling as the art of seduction: The Thousand and One Nights as intertext in contemporary African literatures.
86. Tamari, Tal ( MALD-CNRS, France) - La littérature française en traduction bambara : l’exemple du Comte de Monte Cristo.
4.4 Chair: Stephen Belcher
6. Aiello Traore, Flavia (University of Calabria, Italy) - Reading Swahili children’s books: orality, education, and interculturality in contemporary Tanzania.
20. Colombo, Laura (University of Verona, Italy) - Des voix des aïeules à Sylvie Vartan: paroles et chants de femmes dans l’Afrique contemporaine.
94. Udo, Daniel G. (University of Uyo, Nigeria) - African oral traditions and the dramatic medium: Amiri Baraka and Femi Osofisan.
95. Udoh, Isaac (Abia State University, Nigeria) - Oral literature and the question of identity in the Niger Delta of Nigeria: a study of J.P.Clark’s The Ozidi Saga.
13.30 Lunch break
[University - Facoltà Lingue, via Calasso 3]

15.00 Workshop with African Italian writers
Chair: Itala Vivan
2. Aden, Mohamed Kaha (Somalia/Pavia, Italy) - Le vie di Mogadiscio / The streets of Mogadishu (Les rues de Mogadichio).
35. Ghermandi, Gabriella (Ethiopia/Bologna, Italy) - In the shade of the shameless branches laden with bright red flowers.
43. Khouma, Pap (Senegal/Milano, Italy) - Mon voyage dans ma troisième langue, l’Italien (My journey through Italian, my third language).
48. Lamri, Tahar (Algeria/Ravenna, Italy) - Il pellegrinaggio della voce / Le pèlerinage de la voix (The voice’s pilgrimage).
17.00 Coffee break
17.30 General assembly
20.15 Bus to social dinner

Friday 13 June
[University - Buon Pastore, Via Taranto 35]
[Room 2]
9.00 Plenary lecture - Chair: Ruth Finnegan
28. Derive, Jean (LLACAN-CNRS, Université de Chambery, France) - Diaspora mandingue en région parisienne et identité culturelle : production de littérature orale en situation d’immigration.
10.00 Coffee break

10.30 Parallel Sessions 5 - New crossings identity
5.1 Chair: Graziella Parati
58. Nfah-Abbenyi Juliana Makuchi (University of North Carolina, US) - African oral narratives and the intercultural immigrant experience of home in the Southern United States.
59. Nkhuna, Winnie (University of Pretoria, South Africa) - New crossings immigration and interculturality in South Africa.
71. Paci, Francesca Romana (University of Eastern Piedmont, Vercelli, Italy) - Italophonic African writers and the heritage of oral literature.
82. Sanou, Alain (Université de Ouagadougou, Burkina Faso) - L’impact des migrations sur la littérature orale bobo.
97. Van Coller, H.P. (University of the Free State, South Africa)- Intertextuality in Hafid Bouazza’s novel Paravion.
5.2 Chair: Juliana Makuchi Nfah-Abbebyi
38. Gueye, Marame (University of East Carolina, US) - Praise Song for the Good Woman: the Influences of islam on Wolof oral poetry.
47. Kuria, Mike (Daystar University, Kenya) - Our narratives, our memories: revisiting the performance of Gitiiro among the Agikuyu of Kenya.
85. Suriano, Maria (University of the Witwatersrand, South Africa) - Oral history, memory and gender: TANU women and the liberation struggle in colonial Tanganyika.
100. Wanjala, Alex Nelungo (University of Nairobi, Kenya) - Elements of the gothic in Grace Ogot’s fiction.
5.3 Chair: Paulette Roulon-Doko
63. Ojaide, Tanure (University of North Carolina, US) - Oral poetic performance in Africa and the African Diaspora: Udje, Battle Rap, and Calypso.
73. Petillo, Mariacristina (University of Bari, Italy) - Trinidadian calypsoes as oral heritage: linguistic and cultural problems.
78. Reuster-Jahn, Uta (University of Mainz, Germany) - Traits of traditional orature in Swahili Bongo Fleva (HipHop) music in Tanzania.
91.Tsaaior, James (University of Ibadan, Nigeria) - The cross-cultural dialogue across the Atlantic dissolving cultural boundaries between Africa and its Diaspora.
5.4 Chair: Nduka Otiono
9. Alabi, Adetayo (University of Mississippi, US) - The trickster and the autobiographer: orality, art, and African cultural production.
13. Ba Alpha Oumarou (LLACAN-CNRS, France) - Les procédés de légitimation du pouvoir dans l’épopée peule du Fouladou.
15. Belcher, Stephen (Independent Scholar, US) - Evolution, orality, and the epic.
34. Gelaye, Getie (Hamburg University, Germany) - Amharic poems preserved in the Fondo Conti Rossini, BNAL in Rome, Italy.
74. Piangatelli, Roberto (Independent Researcher, Brescia, Italy) - “Wahalla don start, Ken don die”. A cry for the death of Ken Saro-Wiwa (E’ cominciato il casino, Ken è morto…).
13.00 Lunch break

15.00 Parallel Sessions 6 - Orality and performance
6.1 Chair: Hein Willemse
21. D’Abdon, Raphael (University of Udine, Italy) - Building a continuum: spoken word movement and the re-production of oral culture in post-apartheid urban South Africa.
53. Martino, Pierpaolo (University of Bari, Italy) - Transnational metamorphoses of African orality: L.K. Johnson’s dub poetry.
70. Otiono, Nduka (University of Alberta, Canada) - Tradition and secondary orality: new Nigerian performance poets and the search for new idioms of expression.
92. Tsenôngu, Moses Terhemba (Benue State University, Nigeria) - Technological verdicts in Tiv oral poetry: the emergence of Golozo as the greatest poet of his time.
6.2 Chair: Francesca Romana Paci
10. Aresta Antonio (University of Salento, Lecce, Italy) — Wolof griot from Senegal: between tradition and change.
60. Nyitse Mbaiver Leticia (Benue State University, Nigeria) - Text and context: a study of poetic practice of Grace and Simeon Tsav.
93. Turner, Noleen (University of KwaZulu-Natal, South Africa) - Fluidity and the oral text - Izihasho amongst the Zulu.
98. Van Niekerk, Jacomien (University of Pretoria, South Africa) - Folktale influence in Afrikaans literature: (mis)recognition, interpretation, negotiation.
6.3 Chair: Oty Agbajoh-Laoye
16. Bornand, Sandra (LLACAN-CNRS, Switzerland) - La secrète revendication d’une sexualité féminine : les chants du marcanda chantés par les captives songhay (Niger).
19. Byaruhanga, Frederick K. (University of California in Los Angeles, US)- African traditional higher education: a misnomer?
56. Motsei, Sara (University of the Free State, South Africa) - Naming of an African child (in particular Sesotho).
76. Rafapa, Lesibana (University of Venda, South Africa) - African traditional oral hymns vis-à-vis universal human spirituality.
88. Tengan, Alexis B. (Independent Researcher, Belgium) - Memory archiving and the ritual art of narrative performance: case study of the Dagara bagr archive project.
17.00 Coffee break
17.30 Closing of conference
[Palazzo Cezzi]
19.30 Poetry reading (Antjie Krog, Natalia Molebatsi) with farewell drinks

Saturday 14 June
9.00 Day excursion to Salento with visit and lunch in Otranto and visit to Galatina

Sunday 15 June
10.00 Coda : Special programme Italo-Senegalese (Introduction : Antonio Aresta)
10.15 Film document (94′) “Keita, l’héritage du griot” (Keita, the griot’s legacy) - Original version in French and Bambara, captions in Italian
12.00 Presentation of project of cooperation between Salento and Senegal and performance on the legend of Sundjata Keita
13.00 Short performance by the Senegalese griot Mandiaye Ndiaye with artists from “La fabbrica dei gesti” (The workshop of mimes)

fonte Musicaos.it

lunedì 10 marzo 2008

Marini Vera fu Gaetano




















Comune di Lecce, Itinerario Rosa 2008
Teatro Paisiello 12 marzo 2008, ore 21.00

Associazione Culturale Fondo Verri
presenta

Marini Vera fu Gaetano

di e con Elena Cantarone
regia di Mauro Marino


Nell’ambito dei “percorsi al femminile” dell’edizione 2008 di Itinerario Rosa, manifestazione organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Lecce, il 12 marzo alle ore 21, presso il Teatro Paisiello l’Associazione Culturale Fondo Verri presenta “Marini Vera fu Gaetano” di e con Elena Cantarone, regia di Mauro Marino.
Una pièce per voce sola.
Vera racconta la sua verità, la storia di donna che abita un sud ideale, crudele che graffia l’ anima e la dignità. Un tempo remoto e il crudo contemporaneo insieme in una fiaba che è cronaca a noi vicina. L’amore, il desiderio e le speranze. Tutto in un racconto tragico che non disdegna l’ironia e la comicità per sottolineare il paradosso di una vicenda a tratti surreale ed inquietante.
Una prova di scrittura che si fa prova d’attrice.
Elena Cantarone infatti è anche autrice del testo che porta in scena. Un impianto scenico semplice e scarno dove è proprio la scrittura che trova varco nella voce. Un teatro di parole accolto in una tessitura musicale di grande impatto e suggestione.
Marini Vera, donna semplice e rassegnata, subisce le sventure e si rifugia in un mondo tutto suo, sognando l’amore. Quando incontra Franz, realizza il suo sogno e finalmente, grazie al suo uomo, sente di aver raggiunto il riscatto sociale lungamente agognato. Fin qui, è storia comune a tante donne. Ma quando il sogno vacilla e Franz minaccia di andarsene, Vera reagisce a modo suo e la vicenda assume accenti di personalissima tragedia.

[…] “A casa, per prima cosa i bambini mi hanno chiesto dov'era andato papà e io gli ho raccontato che lo aveva chiamato il suo amico marinaio che gli aveva offerto un lavoro su una nave, ma un lavoro tanto buono che proprio non aveva potuto dire di no. L'avevo spinto io a partire che lui non ne voleva sapere di andarsene via senza salutarli, da tanto che gli voleva bene che alla fine era partito con le lacrime agli occhi. E questa è la storia che ho raccontato a tutti in paese, che ormai ci avevo una tale considerazione che ero sicura che se la bevevano. E infatti. Tutti in mano ce li avevo, come i piccioni! Pìo, pìo, pìo, pìo... E ogni tanto gli davo una briciolina: Franz ha telefonato, dice che sta bene, manda i saluti a tutti. Tanto, da una nave se ne possono fare poche di telefonate e chi s'è visto s'è visto”.
Elena Cantarone attrice, autrice di testi per la radio e la televisione, poetessa. Vive e lavora tra Roma e il Salento. Muove i suoi primi passi cinematografici in Ginger e Fred (1986) di Federico Fellini. Seguono poi La visione del sabba (1988) di Marco Bellocchio, La riffa (1991) di Francesco Laudadio, Ladri di cinema (1994) di Piero Natoli e Cresceranno i carciofi a Mimongo (1996) e Abbiamo solo fatto l'amore (1998) di Fulvio Ottaviano. In televisione la ricordiamo nel Don Chisciotte (1983) di Maurizio Scaparro, in Cuore (1984) di Luigi Comencini, ne Le due croci (1988) di Silvio Maestranzi e in Plagio (1997) di Cinzia Th Torrini. Il giudice Mastrangelo di Enrico Oldoini è del 2005.

Associazione Culturale Fondo Verri
via santa maria del paradiso 8, lecce_0832304522
marinoma8@fondoverri.191.it

domenica 9 marzo 2008

Vito Antonio Conte: buona la prima!
















In fine per non finire

non di numeri e somme di numeri
è questa notturna residua passione

andirivieni di tentazioni e cerchi ingenui

non di numeri e somme di numeri
è il mattino bianco senza abbraccio

incantesimo d’intonso libro

non di numeri e somme di numeri
è lo scialbo inseguirsi nel tempo

passeggiando tra immagini perfette

non di numeri e somme di numeri
è l’elenco infinito di burocrati asserviti

adesso corrono senza peccato

non di numeri e somme di numeri
è quella porta e il suo campanello

sentissi il fragore assordante dei miei

non di numeri e somme di numeri
è la strada che sempre invano cerco

porticato sporcato imbrattato finito

non di numeri e somme di numeri
è la casa sequestrata ben frequentata

marciapiedi e multe mal recapitate

non di numeri e somme di numeri
è la frequenza in onde corte al più medie

che di lunghe non se ne può più

non di numeri e somme di numeri
è la svogliatezza dei vizi miei

in odore di santità faccioni e spot

non di numeri e somme di numeri
è il dire con parole spiegate al vento

fantasia abbandonata piegata impolverata


non di numeri e somme di numeri
è questa vita straziata di violino

lemmi greci fluttuanti nel vuoto

non di numeri e somme di numeri
è l’inciampo della fuga la mia

risate idiote sugli schermi
non di numeri e somme di numeri
è l’allegria che mi tiene la mano

tutte le tristezze stringo alla mia


Buona la prima

non replicare
ce ne sono già troppe
non replicare
non saprei quale scegliere
finirei con l’accendere
un’altra sigaretta
e oggi (credimi)
ho già fumato abbastanza


Another song

dovevo
per forza di cose
inventarmi un’altra via
chè la mia era finita

dovevo
per forza di cose
iniziare un’altra salita
chè così è sempre

dovevo
per forza di cose
giungere lassù
chè capriolare amo


Fuori porta

guarda quel bruco che passa
poi chiedimi
dov’è il senso del tempo
se c’è un senso
se c’è un tempo
per ora sappi
che lo sto cercando

In the court

levatomi di torno un fragore di niente
abbandonata una torma di ciancianti
lavati i capelli e il resto
indossato un abito fuori stagione
me ne andai leggero verso un’altra sera
trovai una figa d’occasione
bevemmo spremuta d’arancia e rum
per diluire frutta secca e rossori
intanto che il vinile
dei Crimson friggeva con noi
in una notte senza saldi

Estemporanea

bianco di calce
e odoroso legno
due santini appesi
quell’aria in quella stanza
che riempirei
di te e di me


Di riflesso

che quando ti desti
e l’aria si rosa e s’odora
e il mistero si apre
guardo gli dei
e sempre sussurro
fate che mi spezzi
il cuore finchè vuole


Vito Antonio Conte

l'immagine utilizzata è un'opera del grande Francesco De Grandi

sabato 8 marzo 2008

Maria Pia Romano. Funambolica/mente per versi


















SILENZIO LIQUIDO

c'era il fragore del mare sotto le note
mentre adunanze di sogni
popolavano i cassetti aperti di notte

con le narici allargate a percepire stupori
a nutrire il cuore dell'eleganza dei segni
in rilievo sotto la pelle del blu

e cresceva l'indicibile allargando sorrisi
nel vago senso del tempo
che s'infrange sulla corsa delle dita

la musica a rubare la luce del faro
ed io qui a scrivere una ballata per due occhi
di cui non ricordo il colore

amo il silenzio liquido delle conchiglie



LA PELLE CALDA DEL SOLE

con le mani gravide
di sogni
mi apri le gambe

una semplice trasformazione
di prospettive
questa casa che sa delle nostre bocche
impastate di zucchero e caffé
e dell'eleganza della primavera
in un ritratto del mattino

prima di noi
io a triturarmi di noia i polpacci
andando nel mondo
contromano
tu a nuotare tra cumuli di basalti
per un sorriso andato
di traverso
eppure abbiamo tolto
le bende agli occhi verdi
del cielo

mi parli e non ti sento
ferma ad ascoltare l'odore
che hai lasciato dentro di me
nel languore del lenzuolo
tu che non capisci le mie lettere
eppure conosci il mio alfabeto

forse può essere
che tu sia la pelle calda
del sole



MI CHIEDI COSA SOGNO

mi chiedi cosa sogno
io che mi sono scorticata
il ventre a primavera
in fogli per-versi
senza trovare mai
la vita oltre la carta

vorrei poterti dire
di sogni consueti
da masticare al mattino
insieme al caffé
lavando i piatti della sera
di favole normali
da riscrivere ogni giorno
e prendere per mano
sulle luci della notte
di sorrisi semplici
che trattengono l'amore
e si addormentano
abbracciati
vorrei saperti dire
che per i tuoi occhi
che dritti e fieri
riscoprono la vita
scriverei libri di-versi
eppure taccio
addentando
scogliere di cuore

scoprendomi
appiglio discreto
per non scivolare
quando il mare s'ingrossa
e ci ostiniamo a vivere
di vento e di sale


(da “Il funambolo sull’erba blu”)


IL GATTO SENZA CODA

Non c’era vento quel giorno
a far volare l’aquilone
e il filo ci pendeva tra le mani
come polpo appassito
senza che avessimo la forza
di aprire gli occhi sul mondo
a raccattare strette di mano.

Abbiamo fissato il soffitto
guardando il giorno annegare
nella bolla d’acqua dei se.
Gatti senza coda
orgogliosi di solitudine
sentendo la pioggia
prima che cadesse.
Eppure non faceva male
il nulla espanso
in cui divagare
lenti.

Era vita anche quella
in cui rinnegare i sogni
tenuti al guinzaglio
per proclamare
l’assenza di voglie
nel muto cerchio
del tempo.

START UP


da stagni di noia
la mente riparte
per sogni di frontiera

la pretesa del metronomo
è rinnegata dal tempo
che sgroppa nevrile

non ci sono divieti
niente sentieri obbligati
ci aggrappiamo alla vita

venerdì 7 marzo 2008

VERA LÚCIA DE OLIVEIRA, IL DENSO DELLE COSE, BESA, 2007.














O direito ao esquerdo



até prova contrária
não amassem o corpo de pegadas
não agucem a espera da morte
não contaminem a propensão à luz
não passem rolo compressor
nas palavras da alma
não decretem que não existe
até prova contrária
o direito ao esquerdo


Il diritto al diverso


fino a prova contraria
non coprite il corpo di impronte
non acuite l'attesa della morte
non contaminate la vocazione alla luce
non passate il rullo compressore
sulle parole dell'anima
non decretate che non esiste
fino a prova contraria
il diritto al diverso

O bojo das coisas


ia subindo a ladeira
os casebres caiados
o vento
eriçando parreiras
o sol
fundo
feroz

o bojo
das coisas
ia grudando
na minha alma ia sulcando
seus regos
ia fincando-se
como as pedras se fincam
no osso mole da terra

Il denso delle cose


salivo per il pendio
le casupole bianche
il vento
che rizzava le pergole
il sole
fondo
feroce

il denso
delle cose
si incollava
alla mia anima scavava
i suoi solchi
si conficcava
come le pietre si ficcano
nell’osso molle della terra


A música


tenho a música dentro ela me habita
quando levanto ela já me espera
quando caminho ela caminha na minha frente
eu sempre estou dançando na minha carne
sempre estou ouvindo um som que a minha alma
sabe que existe apesar da dissonância
da minha vida


La musica

ho la musica dentro lei mi abita
quando mi alzo lei già mi aspetta
quando cammino lei mi cammina davanti
io sto sempre danzando nella mia carne
sto sempre sentendo un suono che la mia anima
sa che esiste malgrado la dissonanza
della mia vita


O filme

disse que ia ser um bandido quando ficasse grande
que ia matar todas as pessoas que tinham judiado dele
que sua mãe era uma puta porque o tinha abandonado
que seu pai eram um bêbado
que ele tinha família mas odiava todos
que ele ia matar também o avô
se fosse ainda vivo
porque o expulsara de casa
se encostava no portão nos olhava com raiva
que se ele não morresse antes ia atirar em tudo
o que se mexesse como no filme que ele tinha
visto na televisão


Il film

disse che da grande sarebbe diventato un bandito
che avrebbe ucciso tutte le persone che lo avevano maltrattato
che sua madre era una puttana perché lo aveva abbandonato
che suo padre era un ubriacone
che lui aveva famiglia ma odiava tutti
che lui avrebbe ucciso anche il nonno
se fosse stato ancora vivo
perché lo aveva cacciato di casa
si appoggiava al portone ci guardava con rabbia
che se lui non moriva prima avrebbe sparato su tutto
quanto si muoveva come nel film che aveva
visto in televisione

Breve bio-bibliografia

Vera Lúcia de Oliveira è ricercatrice alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università del Salento. Tra i numerosi riconoscimenti, nel 2005 ha ricevuto il Premio di Poesia dell’Accademia Brasiliana di Lettere per il libro A chuva nos ruídos (Escrituras, 2004) e, in Italia, nel 2006, la raccolta "Verrà l’anno" (Fara, 2005) è risultata fra le tre finalisti del Premio Internazionale di Poesia Pasolini. Sempre nel 2006 ha ricevuto a Brasília, dal Presidente Luís Inácio Lula da Silva, il Premio Literatura para Todos, vincitrice dell’omonimo concorso, con la raccolta Entre as junturas dos ossos. L’autrice, che scrive sia in portoghese che in italiano, è presente in antologie poetiche italiane e straniere. Fra i libri pubblicati, citiamo: "Geografia d’ombra", 1989; "Tempo de doer / Tempo di soffrire", 1998; "La guarigione, 2000"; "A chuva nos ruídos, 2004"; "Verrà l’anno, 2005"; "No coração da boca", 2006.
Oltre ai numerosi saggi su poeti contemporanei pubblicati in riviste di diversi paesi, ha curato antologie poetiche di Manuel Bandeira, Lêdo Ivo, Carlos Nejar e Nuno Júdice.


fonte iconografica di Filippo Lamanna
le traduzioni sono a cura dell'autrice

mercoledì 5 marzo 2008

Sesso Ucraino: istruzioni per l'uso di Oksana Zabuzhko




















Fosse ancora viva, Simone De Beauvoir, con molta probabilità, parlerebbe di “Sesso Ucraino: Istruzioni per l’uso” (Besa editrice)come della bibbia del femminismo ucraino anni ’90. In realtà il fortunato bestseller di Oksana Zabuzhko – uscito in questi giorni nell’edizione italiana, a distanza di dodici anni dalla sua pubblicazione in patria – non è opera che si presta a facili analisi e a interpretazioni univoche.
Formalmente un romanzo, il libro della scrittrice di Lutsk colpisce sin dalle prime battute per la complessità della prosa. Una prosa immaginifica, dal ritmo nervoso, inviluppata in un magma lavico stratificato, a tratti autoreferenziale, denso di rimandi e citazioni che ricordano “attitudinalmente” le pagine di Virginia Woolf e Ingeborg Bachmann.Il flusso di coscienza che lo pervade, alternando e mescolando piani e sguardi complementari – memoria/presente, Ucraina/Stati Uniti, prosa/poesia – è strumento efficace per fare riemergere - spesso lasciando poco all’immaginazione, talvolta servendosi proprio del potere dell’immaginazione - un io femminile soffocato da anni di sesso sterile ed igienico.
Il ricordo del freddo amplesso nella dacia, memoria che riaffiora dalla gioventù della protagonista (Oksana stessa?) fotografa emblematicamente la sessualità nella defunta Unione Sovietica.Quella che Joseph Roth in “Viaggio in Russia” chiama “unione sessuale non preceduta da alcun corteggiamento, da alcuna seduzione, da alcun rapimento d’anima”.
La portata provocatoria del libro non sta dunque nella descrizione iperrealista di coiti reali o presunti, desiderati o abiurati, quanto nel suo andare a scardinare quella concezione femminile, trait d’union tra zarismo e stalinismo, già stigmatizzata dallo scrittore galiziano nel 1926. “Sesso Ucraino” è in effetti un libro politico. Prende le mosse da Roth, attualizza la lezione di Kundera in chiave femminile e servendosi di un approccio memore dei gender studies statunitensi – l’autrice ha vissuto e lavorato a Pittsburg come lecturer universitaria – approda fino all’Ucraina, alla disperata ricerca di una propria identità, degli anni ’90.
Le profonde modificazioni politico-culturali intervenute nel Paese negli ultimi dieci anni, oggi sempre più proiettato verso l’orbita europea, ma pur sempre afflitto da un’emigrazione endemica, fanno del libro “oltraggioso” della Zabuzhko una lettura ancora più interessante. Un classico, come sottolinea nella interessante postfazione il traduttore italiano Lorenzo Pompeo.

di Massimiliano Di Pasquale


fonte Affari Italiani (canali libero)

martedì 4 marzo 2008

Luisa Ruggio presenta Afra al Liceo Artistico V. Ciardo di Lecce

















Luisa Ruggio, “Afra” (Besa editrice)
Liceo Artistico “V. Ciardo” (Lecce)
sabato 8 marzo 2008, ore 9:30


Sabato 8 marzo 2008, alle ore 9:30, presso il liceo artistico “V. Ciardo” di Lecce, Luisa Ruggio, giornalista della locale emittente televisiva Canale 8, presenterà “Afra”, suo primo romanzo pubblicato dalla casa editrice Besa di Nardò. Il liceo artistico di Lecce V. Ciardo aprirà i suoi spazi con questo appuntamento, ad una serie di incontri con scrittori, poeti, storici, di grande rilevanza.
Un biglietto infilato in una piccola Bibbia attraversa gli anni della seconda guerra mondiale. Un biglietto sul quale viaggia una frase enigmatica: «Ritorna da me, come il colore azzurro della sera». Parole che legano insieme i personaggi della storia e che ogni volta verranno interpretate in modo diverso, trascolorando e passando di proprietario. Così, in un punto imprecisato che è tutto il Sud, in un podere dal nome Afra, si sfiorano un uomo e una donna in un gioco sottilissimo di erotismo che rimanda e apre ad altre relazioni realizzate solo in parte o lasciate sospese e che, raccontate in giustapposizione, portano a un intreccio mnemonico dove l’inizio costituisce la fine, la fine l’inizio e i capitoli i tasselli del mosaico. E l’amore rimane sospeso sui protagonisti, come un’immensa nuvola bianca in una calda giornata di fine aprile sferzata dallo scirocco che giunge dall’Africa.

L’incontro sarà coordinato dalla coordinatrice del progetto Giovanna Caretto e la prof.ssa Paola Scialpi.

Macro pop 2