Stefano Donno on twitter

venerdì 31 luglio 2009

Il libro del giorno: Ghosts di Joe Hill (Sperling & Kupfer)

Il passato non è morto. E non è nemmeno passato. Una strepitosa raccolta di racconti dell'orrore che mescolano il soprannaturale alla vita quotidiana, l'incubo alla normalità, il panico allo humour senza disdegnare un pizzico di romanticismo.
Imogene è giovane e bella. Bacia come una diva del cinema e sa tutto di tutto su qualsiasi film. È morta, ma aspetta Alec Sheldon nel Rosebud Theater in un pomeriggio del 1945. Arthur Roth è un tipo solitario con grandi idee e un talento per attirare i guai. Non è semplice farsi degli amici quando sei l'unico "ragazzo gonfiabile" in città. Francis non è felice. Un tempo era umano, un tempo, appunto. Adesso invece è un insetto gigante di un metro e mezzo e tutti a Calliphora tremano quando lo sentono cantare. John Finney è rinchiuso in un seminterrato macchiato del sangue di altri ragazzini assassinati. Lì con lui c'è un vecchio telefono che, nonostante sia stato scollegato da un bel pezzo, squilla sempre di notte. E all'altro capo del filo c'è la voce agghiacciante dei morti.

"Si firma Joe Hill, ma il suo nome è Joseph Hillstrom King: ha scelto uno pseudonimo per evitare l'etichetta di figlio del re dell'horror e ha fatto bene. Perchè Hill è un bravo scrittore, e percorre la stessa strada del padre con intelligenza e profondità rare nel mondo dell'horror"

di Loredana Lipperini tratto da Il Venerdì di Repubblica n.1115, p. 90

casa editrice Sperling & Kupfer: http://www.sperling.it/

Delle radici e delle foglie di Moris Bonacini (Lupo editore) – rec. Di Silla Hicks

Non vorrei sembrare rude, ma davvero ci sono cose che non capisco, e una di queste è l’amore. Perché io c’ho provato, e provato davvero, a far funzionare le cose, a trovare un senso che giustificasse tutto, la famosa unica ragione per cui valga la pena di vivere e di morire di cui parla Marquez, quello di Macondo e del gigante Josè Arcadio, ma anche di Amaranta, e di Firmina Daza che si fa attendere una vita.
Davvero, io c’ho provato, finché d’un tratto non ho perso la presa, e mi sono visto precipitare, al rallentatore, e tutto è diventato nero. Anche adesso, è buio. Anche adesso, io sto cadendo. Quindi davvero io non lo so, cosa sia, l’amore: so che mi sono arreso e sono scappato lontano dalle mie ferite, nuotando via nel mio stesso sangue. E non lo so, se davvero sia possibile, sentire qualcosa per tutti i giorni e per tutte le notti, riconoscersi a casa nella pelle dell’altro e finalmente risolversi, sapere chi si è e perché e dove, smettere di andare e di correre e di chiudere gli occhi per non vedere e non piangere.
Ed è di questo, invece, che parla questo libro garbato, gentile negli spigoli imbottiti anche quando parlerebbe d’emarginazione e razzismo e violenza, quasi tutto si sfumasse nella luce di qualcosa che va oltre ed abbaglia, malgrado le schegge che fanno sanguinare gli occhi, pezzi di altri corpi e altre storie. Non racconta di un matrimonio perfetto, ma di una vita assieme forte come un fiume attraverso le rapide. Di un uomo e una donna che continuano la stessa strada, e pazienza se per qualche istante reciprocamente si lasciano la mano, pazienza se crescendo si evolvono e pazienza anche se si scoprono apolidi, figli di una terra che esiste ancora solo nel ricordo: perché sono insieme, e lo restano, e chiunque altro è estraneo, altro da loro. Può averne il corpo e qualche scampolo di tempo, ma è solo un prestito, loro restano due, e restano là, vicini anche quando pensi che non potranno più esserlo, adesso che si sono scavati un baratro a dividerli. Invece no, sono ammanettati da un filo da pesca che nessuno vede ma che non si spezza: fanno giri immensi come aquiloni ma soltanto per ritornare al reciproco rocchetto, diventando prima adulti e poi vecchi senza mai perdersi, Rosario e Antonia emigrati ragazzini dalla Calabria alla Svizzera per ritornarci dopo trent’anni e per sei giorni, scoprendo definitivamente d’essere uno la casa dell’altro, qualsiasi sia il mondo fuori. Non chiedetemi se sia una storia vera: davvero, non chiedetelo a me, che sto qui a scrivere mentre fa alba. Quello che so è solo che ho misurato la vastità della mia devastazione quando nemmeno il sogno di tornare a casa è bastato più a farmi dormire. Quando ho compreso che nemmeno la mia lingua e la mia gente poteva riconoscermi, finché non avevo più lei in cui specchiarmi. Tuttora, non so più chi sono. Sopravvivo, perché respiro ancora. Ma la vita, quella è un’altra cosa, e non c’è posto in cui posso riprenderla, non c’è modo di ricominciarla se non da lei in cui l’ho interrotta. Il resto, è solo un fondale, di cartone dipinto con gli acrilici: sembra vero, ma è solo un poster, come quelli di boschi o spiagge che si usavano negli anni ’80, grandi quanto un muro intero. Io lo so, che non c’è niente, che se ci appoggio la mano sento le crepe e sotto residui di carta da parati che nessuno ha tolto. È solo un miraggio, illusioni che vedo perché ormai sono ben abituato al buio. Davvero, non so se sia vera, questa storia, o se un signore quieto se la sia inventata, per celebrare le sue nozze d’oro. Tutto il resto che racconta, l’emigrazione e lo straniamento di un mondo grande che si spalanca da un abbaino, le difficoltà d’integrazione e i gruppi chiusi di paisà, l’emarginazione iniziale e il sacrificio e la violenza degli autoctoni razzisti ma anche del branco dei pari che ha ricostruito il sua piccolo universo tribale anche nella città del futuro e resta a guardarla dai margini, sicuramente è (stato) reale. In Svizzera e in Francia e in Belgio e nella mia Germania per gli italiani allora, e per i turchi oggi. In Italia per albanesi e africani, in Francia per gli ex coloniali che affollano banlieues e metrò, con il loro francese morbido e vestiti di cotone colorato anche d’inverno. Un copione che si ripete, da Ellis Island in poi, con la malavita che si pasce dei disperati che fanno fatica a restare a galla. Ma non è questo che resta, di questo libro che non è di denuncia né di cronaca né di storia, ma solo delicata lettera d’amore scritta con la grafia sottile, ordinata, che si usava prima che il mezzo stampatello calcato della mia generazione prendesse il sopravvento.
Garbato, sopra ogni cosa, mai urlato né incontrollato né disordinato né nient’altro che possa in qualche modo alterarne lo scorrere decoroso, composto, anche quando s’imbatte in episodi sgradevoli – il cuoco che tenta di violentare Antonia al ristorante dove lavora, Rosario e le sue scappatelle, il marciume sotto il tappeto persiano dell’alta borghesia – su cui sorvola senza indulgere nel voyeurismo morboso, volgare, diventato regola dei nostri giorni.
Incapace di dramma anche quando il dramma c’è, la storia di Antonia e Rosario dura perché non si sofferma sulle brutture che attraversa, perché riesce a proteggersene, e a non perdere il filo.
Un po’ Bassani e un po’ Foster e un po’ Ishiguro degli ultimi lievi Notturni, ma in bella copia, senza sbavature né singhiozzi né spigoli taglienti: questo per me è il suo limite, ma – beninteso – lo è per me soltanto.
Figlio di un mondo in rovina, e sopravvissuto all’inferno, non è un libro che m’appartenga, e non posso farci niente: sono e resto uno che urla, s’incazza, bestemmia, prende a pugni muri e porte, e si rannicchia con le mani sanguinanti sul pavimento, quando il dolore finalmente arriva al cervello e spegne quell’altro male che è immensamente più devastante e lo divora da dentro. Ma questo sono io, e spero io soltanto.
Mi piace pensare che invece ci siano altri che ci si riconosceranno, in questa storia, e che chiuso il libro usciranno a passeggio, sotto il peso di una vita ma leggeri perché possono ancora tenersi per la mano. Li guardo dal finestrino, mentre la loro vita continua a scorrere, e non li capisco, ogni giorno. Più che altro, non capisco come facciano, a vivere e ridere ed essere felici. Non capisco perché non io. Ma poi mi guardo, e lo so. Cerco di dimenticarlo, ogni attimo. Ci provo così tanto che a volte mi riesce, e allora – ma non stanotte – m’addormento.

AMORE SENZA FINE
(Delle radici e delle foglie di Moris Bonacini – rec. Di Silla Hicks)

giovedì 30 luglio 2009

Ernesto Portas “XXXIX”














Secondo appuntamento per la neo-nata collaborazione artistica tra le Officine Cantelmo ed Il Grifone Arte Contemporanea di Monica Taveri. Da mercoledì 29 luglio sarà possibile visitare, presso l’ elegante sala espositiva delle Officine Cantelmo, l’ ultima produzione del Maestro spagnolo Ernesto Portas che, nato a Badalona (Barcellona), vive da diversi anni a Livorno. Sono numerosissime le sue esposizioni, soprattutto all’estero, dove è considerato tra i più importanti artisti dell’arte contemporanea. Trentatrè tele di medio e grande formato, ispirate ad altrettanti testi poetici dello scrittore Emilio Giovanneschi. Amici fedeli di lunga data, l’artista Portas e il poeta Giovanneschi hanno affidato a Lecce e i suoi luoghi di cultura le prime tappe inaugurali di una mostra itinerante che attraverserà tutto il territorio nazionale.

“XXXIX” è il titolo della rassegna di poesia-pittura che gli artisti hanno inteso scegliere, trentanove quanti sono gli anni di amicizia che hanno condiviso quotidianamente. Un’intera vita, all’insegna dell’arte. Ambientazioni silenziose, atmosfere espressioniste, intensità espressive occupano le superfici delle opere di Portas, gli spazi vivi ed emotivamente coinvolgenti dove le sue figure (e i suoi interni) vivono come in una condizione di alterità, sempre più estranei al mondo che li circonda. “L’arte prima di tutto è silenzio, contemplazione; il mezzo tramite il quale la riflessione trova, dall’energia delle opere, suggestioni e stimoli per porsi in termini nuovi davanti alla vita” scrive di lui Beniamino Nuzzati, recensendo una delle sue ultime mostre. Per il maestro Portas questa produzione rappresenta anche l’inizio di un nuovo linguaggio stilistico, che pur mantenendo intatta la sua particolare cifra compositiva, si è notevolmente trasformato nei toni e nelle forme. Un Portas nuovo dunque, da scoprire e da ammirare. Parole del poeta accanto alle immagini dell’artista, tra il vento e il sole che prendono a scomporle unendole nell’aria. Così scrive Giovanneschi: “… Un poeta, scusa se mi autodefinisco così, è per sua natura schivo e del tutto disabituato a vedere i suoi pezzi in mostra. Ti confesso, però, che accanto a te, perdo qualsiasi imbarazzo e sento la legittimità di esporre all’esterno una dimensione così vasta e fondamentale fatalmente destinata a rimanere chiusa nei cassetti. E’ tanto credimi, addirittura inimmaginabile, se visto dall’ottica di uno che scrive versi attento a non scadere nella derisione di un mondo troppo lontano da una sensibilità sconosciuta se non inconcepibile ….” La singolarità dell’evento è proprio nel gesto artistico a cui è affidato il senso di un’amicizia che li ha visti uniti e impegnati da sempre. Ne fa fede il delizioso libro “XXXIX”, una vera reliquia compositiva, che accompagna come catalogo/testimonianza la mostra.

L’esposizione sarà aperta ai visitatori dal 29 luglio all’ 8 agosto 2009.

Il libro del giorno: L' ultimo scapolo di Jay McInerney (Bompiani)

Vite di coppia fatte di contraddizioni: tradimenti e condivisione, passioni adultere e sicurezze tutte casalinghe. Jay McInerney punta la sua lente sulla vita quotidiana di coppie dall'immagine invidiabile, coppie con un rapporto segnato a volte da grande passione, ma quasi sempre misterioso, ricco di silenzi e di segreti, più che di confidenza e di abbandono reciproco. E mentre le giornate scorrono - tra amplessi frettolosi, gravidanze interrotte ma in fondo desiderate, litigi familiari che non si fermano neanche di fronte a un lutto -la commedia umana va avanti, irresistibile e grottesca, malinconica e insidiosa, comunque sempre struggente.

"Gaetano Cappelli giura che La Madonna nel giorno del ringraziamento è un racconto potente. Ed è proprio vero. D'altronde Cappelli non giura mai il falso"

di Antonio D'Orrico nella rubrica "In venticinque parole" tratto da Corriere della Sera Magazine, n. 30 del 30/07/09, p. 92

casa editrice Bompiani: http://bompiani.rcslibri.corriere.it/bompiani/

L' ultimo scapolo di Jay McInerney traduzione a cura di Bianchi P.
2009, 354 p., brossura, Bompiani (collana Narratori stranieri Bompiani)

Come funziona la Legge d'Attrazione di Michael J. Losier (Sperling & Kupfer)

Sostenere che oggi qualcuno non sappia cosa sia la Legge d’Attrazione, mi sembra veramente assurdo, con tutti i workshop, le pubblicazioni e i seminari che nel mondo e da un po’ di tempo a questa parte anche in Italia, si tengono sull’argomento. La Legge d'Attrazione è la legge universale che "The Secret" di Rhonda Byrne ha svelato a milioni di persone nel mondo. Possiamo controllare in presa diretta ciò che ci accade? Possiamo attrarre nella nostra vita le persone giuste, le opportunità migliori, la fortuna economica e personale, la salute? In che modo allontanare la negatività ? Diciamo che per i pochi che non ne sono a conoscenza, esistono una serie di studi sulla scoperta di una forza potentissima che dirige, condiziona e influenza la nostra vita. In realtà si tratta di un antichissimo segreto che si manifesta sul piano vibrazionale e che lavora incessantemente, senza sosta, per il benessere di tutti: perché no, magari in questo preciso momento la sua attività si sta espletando nell’ "attirare" emozioni, persone e situazioni. Certo questa forza psico-cosmica non fa distinzione tra ciò che vogliamo e ciò che non desideriamo, e talvolta per qualche dislivello nel nostro campo vibrazionale (un calo d’umore, un pensiero negativo su cui ci si è concentrati più del dovuto) ci consegna a “domicilio” cose, fatti, persone non sempre rientranti nella categoria del positivo. Tranquilli, ciascuno di noi possiede gli strumenti per volgere questa energia a proprio favore, basta sapere come si fa e come usarla in maniera consapevole. Ed è questo l’obiettivo di Michael J. Losier, che viene proposto al pubblico italiano da Sperling & Kupfer con la sua opera “Come funziona la Legge d’Attrazione”, che offre un piccolo manuale dove con un metodo estremamente semplice, veloce e pratico, insegna a scoprire al lettore, passo dopo passo, quali sono le migliori strategie per ottenere il successo in ogni ambito della propria vita": dall'amore al lavoro, dalla salute al conto in banca, dal tempo libero all'educazione dei figli. Inoltre con l’ausilio di esempi, test e suggerimenti per cominciare subito l’autore sviluppa nel lettore quella dimestichezza a focalizzare ciò che deve essere eliminato dalla propria esistenza, che non si desidera più, e sostituirlo con le cose che riempiranno le giornate di gioia, energia, felicità e prosperità. Insomma il primo manuale pratico per applicare in modo veramente efficace la Legge d'Attrazione nella nostra vita, diventare la persona che abbiamo sempre voluto essere e per raggiungere ciò che abbiamo sempre voluto, attraverso la focalizzazione, la visualizzazione, la volontà. Questi gli obiettivi primari che Michael J. Losier vuol far raggiungere a lettore tramite il suo lavoro: “realizzare i tuoi desideri; allontanare tutte le cose negative per te; attrarre il tuo partner ideale; diventare ricco, sempre di più; vivere meglio con gli altri (amici, parenti, colleghi); individuare la tua vera strada, nel privato e nel lavoro” . Ma elemento che impreziosisce ancora di più il lavoro di Losier,è una delle ultime sezioni del volume, che hanno una vera e propria ricaduta pedagogica, in quanto vengono fornite una serie di indicazioni pratiche per poter insegnare ai bambini la Legge dell’Attrazione, una sorta di formazione tout court per allenare all’ottimismo. Interessante inoltre come emerge in tutta l’opera il valore del linguaggio e della scrittura, strumenti di vera e propria fenomenologia della liberazione umana.

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ISBN: 9788820045968

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mercoledì 29 luglio 2009

Andrea Di Consoli su L'Ombra di Turi Vasile (Hacca edizioni)

Questi racconti di Turi Vasile sono scritti in pienezza di luce. Il vecchio io autobiografico de L’ombra torna aessere, per le misteriose metamorfosi del destino umano, un bambino ammalato di nostomanìa, abbacinato nell’eden di una Messina che sempre risorge, come l’Araba fenice, dalle sue ceneri. Non c’è scrittore in Italia altrettanto disarmato e disarmante, ché la mano di Vasile, nel mentre scrive, anziché chiudersi, si apre, mostrando ogni linea, ogni vena. Non ci sono segreti, in questi racconti; e anche la vita fuggitiva, e il mistero ella morte e del dolore, sono accettati con bonomia, con lacrime di bambino con la faccia di vecchio.
I racconti di Vasile sono aperti come un ventaglio. Tutto vi è detto con pudore e sincerità: la disperazione per la moglie Silvana, chiusa nella torre della malattia; l’affanno degli anni, che hanno perso la giovanile dispnea causata dalla “lissa”, e hanno trovatol’altra dispnea, quella di chi ha il cuore malato; i tanti ricordi che risorgono intatti da un luogo che non esiste, se non nell’anim; la certezza barcollante per un Dio che solo in quanto “essere”pensabile diviene possibile. Con questo memoriale lirico e familiare, Turi Vasile scrive uno dei suoi libri più commoventi. E, nonostante in uno dei racconti più belli di questa raccolta un uomo perda la propria ombra, solo alla fine quest’uomo capirà che, senza la propria ombra, si muore per davvero. L’ombra è su di noi, e dobbiamo portarla addosso come un doppio siamese. Sono pochi gli scrittori che sanno “dialogare con le ombre”come Vasile – e, sempre, anche i morti sembrano vivi, nei suoi racconti.
Aleggia sull’opera di questo scrittore un nuovo mito, quello di Margite, colui che sapeva fare tutto, ma tutto faceva male. È, chiaramente, una riconferma del grande mito dello scrittore come dilettante. Senza grancasse e senza sociologia – sorretto soltanto da una lingua tersa e immediata, da un’attitudine al sogno che lo pone al fianco dei grandi lirici greci, e da un’attenzione al quotidiano miracolosa, e all’epifanico dettaglio minimo – Vasile si riconferma uno dei nostri grandi scrittori, proprio perché raramente s’era vista così tanta luce nella disperazione, sia pure addolcita da lontani gesti perduti, e da un Dio lontano che, in certi momenti, sembra avere la stessa faccia del suo buon padre.

Turi Vasile (Messina, 1922), regista, produttore e scrittore,ha pubblicato, tra le altre cose: Paura del vento e altri racconti (Sellerio, 1987), Un villano a Cinecittà "Sellerio,1993), L’ultima sigaretta (Sellerio, 1996), Malefare (Sellerio, 1997), Il ponte sullo stretto (Sellerio, 1999),La valigia di fibra (Sellerio, 2002), Morgana (Avagliano,2007) e Silvana (Avagliano, 2008). Vive a Roma.

IL 3 AGOSTO IN LIBRERIA

Il libro del giorno: Una buona scuola di Richard Yates (Minimum Fax )

In un’America alle soglie della seconda guerra mondiale, un romanzo crepuscolare sull’amore, la giovinezza, la crescita. Un collegio maschile del New England è il teatro delle avventure di William Grove – alter ego dell’autore – che cerca un riscatto dai soprusi dei coetanei affermandosi come reporter del giornalino scolastico; di Jack Draper, professore alcolizzato alle prese con i ripetuti tradimenti della moglie; e di Edith Stone, la figlia del preside, che si innamora del ragazzo più popolare della scuola. Le vite degli studenti e degli insegnanti si intrecciano in una tela imprevedibile, le cui maglie s’infittiscono via via che si avvicina l’ombra della chiamata alle armi.
Originariamente pubblicato nel 1978, Una buona scuola mostra uno Yates che nel confronto con i temi dell’adolescenza trova la sua voce più nostalgica e, forse, più vera.

Luca Mastrantonio - Il Riformista

"Il romanzo dello scrittore americano, pubblicato dalla Minimumfax, è
l'autobiografico viaggio di una generazione a stelle e strisce."

casa editrice Minimum Fax: http://www.minimumfax.com
/home.asp


Una buona scuola di Richard Yates, Minimum Fax, prefazione di Zadie Smith, traduzione di Andreina Lombardi Bom

Le declinazioni affettive di Alfredo Annicchiarico (Lupo editore). Rec. di Silla Hicks

Non ho mai pensato che la droga potesse aggiustare le cose. Non l’ho pensato adolescente alieno in un mondo non suo, incapace di comunicare nella lingua degli altri e di sembrare come loro. Non l’ho pensato uomo col cuore spezzato, che faceva male a tal punto da tenermi sveglio la notte, tutte le notti, come una parodia dell’uomo senza sonno condannato a rivivere ogni attimo l’inferno.
Non lo penso neanche oggi, che pure vita e morte hanno lo stesso insapore dell’assenza, che mi sono scordato come sia, provare qualcosa, qualsiasi cosa, che non sia questo niente sempre uguale.
Ma se fossi un cinquantenne con una moglie che non vuole vedere e un’amante che ha smesso di lottare e una figlia così priva di un minimo di amore per sé da correre dietro a un frocio, bhè, credo che una pera proverei a farmela anch’io. È questo che mi resta, di queste nemmeno cento pagine – in pitch 12 e formato 10x15, va precisato – che vorrebbero essere sceneggiatura di Lelouch riscritta dalla Margaret Mazzantini e invece sono – volontariamente o no – un condensato drammatico sull’incomunicabilità che solo – forse – una Liaison pornogràphique può essere valido paragone.
Quest’uomo si droga, e lo capisco, non vorrei, ma lo sento, soffrire il male di essere che non riesce a dipanare, senza collocazione come marito né amante né padre.
Ambientato nel sottobosco della musica – ché quella di prima grandezza non lascia spazio a niente altro, divora tutto come i Langolieri – questo racconto – romanzo è una parola grossa – trasuda il dolore di Stefano all’ombra dell’uomo che suo padre è e che a lui non riesce di essere: si droga per scappare, e per quanto sia una scelta idiota non gliene riconosco altre, forse la sua amante potrebbe essere una, ma no, lei non è capace, di tendere le braccia a uno che sta annegando e si dibatte e potrebbe trascinarla sott’acqua, per queste cose ci vuole amore, disperato e assoluto, amore, in una parola, e l’amore non cosa da tutti.
E l’assurdo è che l’amante in questione si chiama Emma, lo stesso nome della Bovary, una che per amore ha sacrificato tutto, e senza pensarci: non so se sia ironia consapevole o no, ma certo funziona, come la storia della figlia, che si chiama Camilla come la vergine guerriera dell’Eneide, una che vuole sembrare tosta e che invece è solo una ragazzina, ingenua e con le calze a rete, commoventemene spudorata come solo a vent’anni si può essere, le ciglia bistrate di una bambina che s’impiastriccia di trucco, e sale in albergo con uno che scopa uomini perché suo padre se’è fatto trovare con l’ago nel braccio.
Storie di ordinario degrado familiare, certo. Ma, lo stesso: dio, che desolazione.
E il tutto scritto in una lingua paratattica che nei punti più riusciti ha di Hanif Kureishi, malgrado il voluto provincialismo dei riferimenti, o anzi proprio per questo. Non è una storia facile, di facile ha solo la lingua, e a tratti nemmeno quella, ché ci sono passi da tema, che stonano – musicalmente parlando – ed è un peccato (un esempio, l’uso dei puntini di sospensione, cui Umberto Eco dedica le indimenticabili pagine del suo diario minimo che mi hanno convinto a bandirli dalla mia tastiera). Concludendo, come dice un mio amico, da uno a dieci, quanto: non so, mi servivano altre pagine, personaggi più spessi e una storia intera. Tra tutti, il cattivo patriarca è l’unico che ha le dimensioni – 2 – che dovrebbe avere, gli altri sono abbozzi, tratteggi, forse solo Camilla può andare com’è. Moglie e amante odiose, senz’appello. L’amante, soprattutto, ché un’amante senza amore davvero serve a niente, e l’amore non si auto/protegge, l’amore per definizione si butta via.
Quindi, povero Stefano: forse, al suo posto mi drogherei anch’io. Anzi, no, perché comunque non ci credo, che si possa mai spegnere la mente. A meno che di non prendere un fucile, una sera di primavera, mentre tutti dormono. Di inginocchiarsi a terra e di poggiare il calcio sul pavimento ed ingoiare la canna, le mani unite sul grilletto per non cambiare idea. So di uno che l’ha fatto. Non so se sia stato coraggio, o paura. So che suo fratello – il suo gemello – è tuttora solo in giro per il mondo, senza riuscire a perdonarlo né a perdonarsi né a piangerlo né a piangere. L’ho ascoltato, parlarne. Non sono riuscito a dirgli niente. Ma so che non farei mai una cosa del genere a mia sorella, e che prego lei non lo faccia mai a me. Spegnere la mente non serve. Scappare non serve. Questa vita fa schifo, è rumore, ma è insieme Sergej Vasil'evič Rachmaninov. Forse vale la pena, comunque, di restare svegli ad aspettare come va a finire.

STORIE DI ORDINARIA TRISTEZZA (Le declinazioni affettive di Alfredo Annicchiarico secondo Silla Hicks)

martedì 28 luglio 2009

IERATICO POIETICO (BESA) IL 30 LUGLIO AL LIDO LE DUNE DI PORTO CESAREO

Il 30 luglio alle ore 21,30 presentazione del volume “Ieratico Poietico” presso il lido Le Dune Via dei Bacini, 89, di Porto Cesareo (Lecce) nell'ambito della rassegna "Autori sotto le stelle". Introduce Vito Antonio Conte.

Ieratico poetico (Besa editrice) è sviluppato in tre movimenti dove si alternano l’accumulazione e la riflessione, il lirismo e la prosa, italiano e inglese, autobiografismo e citazionismo. Il primo e più corposo movimento, Flumen, dirige il corso del poema in gran parte degli esiti successivi. Ne è messa in luce un’umanità (in)dolente («fottere gli stranieri / fottere i dispersi / fottere i disadattati»), come dolenti sono le mura del paesaggio cittadino che fa da sfondo («dove i piccioni smerdano / gli archi grandiosi») e dolente è il canto po(i)etico dell’autore («quanta fatica / ogni giorno / evitare gli abissi / barattare parole / mentre il giorno / vacilla / sui miei occhi / imploranti / misericordia»). Fiumi di citazioni letterarie, filosofiche, musicali e cinematografiche (si parte con Charlie Chaplin per finire a Vin Diesel) costituiscono la nervatura del poema che anche per questa caratteristica è necessario definire iper-moderno. Allo stesso modo interessante è la ripresa ciclica all’interno del poema di quello che il poeta stesso, nell’ultima pagina del libretto, definisce «un discorso di denuncia del mercato dello spettacolo, del trionfo della macchina, sentendo l’invenzione poetica come documento etico». Una denuncia che appare evidente nella ‘trama’ del poema e che tende ad assumere i tratti di un discorso ancor più vasto, che fa ricorso alla storia del Novecento, alla crisi della società post-industriale, riprodotta baustellianamente con le immagini della crisi dell’individuo, nei bar, in casa, per strada, in gruppo, in treno, ovunque gli sia possibile «protestare... che il viaggio è troppo lungo». Ha scritto Luciano Pagano nell’introduzione, dal titolo “Una canzone di città”, al poema di Stefano Donno: «Rispetto ai maledetti del secolo scorso Stefano Donno ha un vantaggio, quello di poter mascherare e nascondere il suo ego dietro un affastellarsi di immagini che non ha più il suo referente nei papiri inceneriti di una biblioteca alessandrina, bensì in una wikipedia infinita nella quale tutti i linguaggi e tutte le nozioni si trasformano nei colori di una palette personale. Questi versi regalano ordine alla visione di un mondo caotico, malgrado la dichiarazione di non intento al poetare di altro, “sguardi / in un cesso di locale / che arrivano a testa bassa / tra codici sorgenti”».

Il libro del giorno: Luogotenente del nulla Heidegger, Nietzsche e la questione della singolarità di Francesco Cattaneo (Pendragon)

Quello di Heidegger con Nietzsche è uno dei dialoghi filosofici più profondi e gravidi di conseguenze. In esso continua a essere in gioco la fisionomia del nostro presente e, in particolare, la possibilità di una sua rimessa in questione radicale – così come richiede l’intima indole della filosofia. Tale rimessa in questione viene qui sondata secondo il filo conduttore di quel concetto di singolarità che domina – nelle forme del soggetto, dell’individuo, della persona – il nostro orizzonte culturale, sociale, politico ed economico. Il tema della singolarità trova una sua specifica rimodulazione nelle parole chiave di “superuomo” e di “Da-sein”, la cui portata è ancora tutta da ponderare. Per farci carico di questo compito dobbiamo collocarci in modo consono nella spaziosità della domanda che il pensiero ci invita ogni giorno a rinnovare e in cui continuamente, volens nolens, ci troviamo: chi siamo noi?

Francesco Cattaneo collabora con la cattedra di Estetica del dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna, occupandosi di filosofia tedesca tra Ottocento e Novecento. Ha scritto saggi su Heidegger, Nietzsche e la fenomenologia ermeneutica. Nell’ambito dell’estetica del cinema, ha pubblicato Terrence Malick. Mitografie della modernità (Edizioni di Cineforum – ETS, 2006) e curato Werner Herzog, Incontri alla fine del mondo. Conversazioni tra cinema e vita (Minimum Fax, 2009).

edizioni Pendragon: http://www.pendragon.it/index.html

Luogotenente del nulla : Heidegger, Nietzsche e la questione della singolarità
di Francesco Cattaneo (Pendragon). Collana Le sfere - 121

Il tuo sacro io di Wayne W. Dyer (Tea edizioni)

E’difficile poter raggiungere un'assoluta padronanza sul corpo e sulla mente, soprattutto se come obiettivo si ha la realizzazione del Sé, ossia il traguardo della consapevolezza assoluta circa la propria natura trascendente e immortale. Prima cosa in assoluto cercare la concentrazione sul presente, mai proiettarsi nel futuro, gustando lentamente l’oggi, e accettando serenamente il domani, perchè l’uomo può conoscere la libertà solo nell’attualità, non lasciandosi condizionare da tutto ciò che accade fuori di lui, ma gioendo soprattutto delle conquiste spirituali. L’obiettivo primario è quello di raggiungere la coscienza dello Spirito coltivando una calma, continua ed esclusiva attenzione sull’autoanalisi dei propri comportamenti, delle proprie azioni, dei propri pensieri, finché i tumulti dell’anima non svaniscono. Già perché il più delle volte quel senso di inquietudine, una specie di rumore bianco costante e fastidioso, che proviamo, dipende dal nostro principale nemico, la mente, colma di enormi quantità di informazioni e stimoli provenienti dal mondo che ci circonda, e che spesso ci fa vivere in una grassa ignoranza, fatta di costruzioni e sovrastrutture artificiali che ci conducono sulle strade della negligenza e dell’illusione. Nella vita di ogni giorno, numerose domande restano senza alcuna risposta (come mai ci siamo comportati in un determinato modo e non in una maniera più adeguata; perché abbiamo concretizzato nella nostra mente un pensiero ostile magari nei confronti di una persona amata, etc.) , e questo fondamentalmente determina uno stato di profonda frustrazione, facendoci dimenticare quanto invece siamo decisi e volenterosi nella ricerca della vera felicità, ovvero di quell’assenza di tumulto che ci fa comprendere l’origine ogni essere, dalla quale anche noi proveniamo. Dunque la saggezza non giunge dall'esterno, ma è la nostra perseveranza nell’essere ricettivi interiormente che ci fa comprendere quanto possiamo realizzare in vera conoscenza, e quanto rapidamente. Per i tipi di Tea edizioni, nella collana “Pratica”, da poco è disponibile “Il tuo sacro io” di Wayne W. Dyer, una meravigliosa opera che spiega come passare dal tumulto alla pace, dall'inganno alla verità, dalla paura all'amore e alla libertà, attraverso un viaggio spirituale e a tratti molto concreto, per raggiungere i più alti livelli di consapevolezza. Si tratta di un prezioso contributo nell’ambito della letteratura d’auto-aiuto, grazie al quale il dottor Wayne W. Dyer permette al lettore di passare al setaccio la dimensione sacra del Presente in ognuno di noi, insegnandoci a scendere nelle profondità del proprio Io più autentico arrivando a comprendere tutti quei meccanismi che ci fanno superare le vicissitudini di tutti giorni con un vero senso di pace e con il benessere della realizzazione personale. Sviluppare il Sé sacro che è in noi, ci porta a capire il nostro ruolo nel mondo e cosa importante come sviluppare quella compassione che ci mette in totale apertura nei confronti dell’altro permettendoci di essere con gli altri e non attraverso gli altri. Punto per punto con esempi, testimonianze e chiarimenti, Dyer ci mostra come conoscere il «divino» in noi, destrutturando tutti quei trabocchetti che il nostro Ego ci mette sul cammino. Già l’Ego, un piccolo mostro che si nutre delle nostre paure e insicurezze, che si ciba famelicamente della convinzione che noi siamo separati non solo dal divino, ma siamo una cosa individuale, indivisibile, singola, e che non smette di aver fame di sopraffazione e bassi istinti. Il percorso proposto dall’autore è quello di spostarci da livelli di vita primari verso piani più elevati,dove la nostra energia vitale ha la possibilità di irradiarsi su tutto ciò che la circonda. Tutto raggiungibile ovviamente se siamo noi a sentire quel senso d’urgenza nel voler migliorare e progredire nella ricerca spirituale. Sostiene Wayne W. Dyer in quest’opera : “Non siamo solo un corpo, un nome, un lavoro, un codice fiscale… Siamo anche, eternamente, «luce e divinità», indipendentemente da ciò che abbiamo fatto o mancato di fare, dal genere di famiglia o comunità in cui viviamo, dall'etichetta che ci hanno appiccicato addosso, e siamo qui con uno scopo. Uno scopo che non si trova nel mondo fisico, come un oggetto, una carriera, un conto in banca. La strada da seguire è un viaggio dentro noi stessi, spirituale e insieme concreto, verso un nuovo livello di consapevolezza: sperimentando la ricchezza di significato delle coincidenze; trovando un nuovo accordo con la realtà; comprendendo che per ogni problema esiste una soluzione”.

Wayne W. Dyer - Psicoterapeuta, è autore di libri di grande successo. Tiene affollatissime conferenze negli Stati Uniti e partecipa regolarmente alle più seguite trasmissioni radiotelevisive delle principali reti americane. Vive con la famiglia in Florida.


Passare dal tumulto alla pace, dalla paura all'amore e alla libertà
ISBN: 9788850200702

Prezzo € 9,50


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lunedì 27 luglio 2009

Con l’insistenza di un richiamo di Francesco Randazzo (Lupo Editore). Rec. di Silla Hicks

Finalmente uno che ha letto Charles Michael "Chuck" Palahniuk, che l’ha studiato, anzi, è da credere. 110 pagine – 109 – che si leggono in mezz’ora, leggere nel loro terrificante disincanto, e benedette dal filo rosso dell’ironia. Avete presente Soffocare? C’è molto di Chuck, in questi raccontini che parlano di stupri, serial killer, pedofili ed estreme “second lives” come di cose quotidiane, normali, ormai parte del nostro habitat che s’è giocato ogni pudore e ogni valore, e sopravvive incosciente di se stesso. Ognuno è una piccola bomboniera – di tulle nero, è chiaro – che nasconde confetti avvelenati, ma deliziosi: il precario che esce a comprare l’ascia con cui dissezionare il cadavere della sua affittacamere e viene pestato sul raccordo da un lubrico vecchietto, il pedofilo disgustato da un’anziana checca che l’ammazzerebbe per pietà, l’extracomunitario massacrato nel sebac che s’identifica con gli escrementi attorno, l’Elettra moderna che vendica la madre morta di corna uccidendo il padre satiro e paraplegico con i piatti rotti, quello che resta della furia impotente della genitrice.
E poi la prof. obesa di filosofia che vive una vita virtuale hard e una reale di forzata astinenza (dopo la relazione con un prete, cui ha messo fine letteralmente a morsi), e soprattutto il monologo del serial killer sociologo, che ha ucciso 197 persone in 20 anni con precisione chirurgica, clone italico di Dexter, il racconto più lungo e più ispirato, quasi un testo teatrale, e difatti l’autore è regista e sceneggiatore, e si vede. In un mondo che va a rotoli, che convive con l’orrore su tutte le prime pagine e in tutti i TG, questo signore resta immune – e fieramente – dai “cuori mocciolosi” e dai lucchetti ai lampioni, e racconta ciò che vede proteggendosi con l’unica arma che l’intelligenza ha mentre dilaga il buio della mente, l’ironia vera, quella di Pirandello, che è via di fuga e alternativa alla follia. Non si può raccontare, questo libricino che davvero diverte, e insieme fa pensare senza importelo: bisogna leggerlo, e non è uno sforzo, perché, lo ripeto, è scritto con un lessico famigliare che non l’appesantisce oltre i 30 grammi di carta con cui è fatto, dimostrando che si può parlare di tutto usando le parole come tessere da colorare a piacere.
Come per le “Schegge” di Schifano, non è la dimensione che conta, ma la luce, la grana pastosa che t’ipnotizza davanti al fogliettino: sono solo schizzi, sì, ma fatti bene, infinitamente meglio di colossali tele imbrattate giusto per fare cassa.
Non m’esprimo sui lucchetti ai lampioni, io che porto le catene attorno al cuore e un cuore spezzato tatuato sopra il braccio, ma mai mi sognerei d’incatenarlo a qualcosa. Dico solo che ci ho provato, a leggere quei libri, e non sono arrivato oltre pagina quattro, mentre questo qui non volevo che finisse, e quando l’ho chiuso sono rimasto a rifletterci, in silenzio.
Indubbiamente è tosto, sì, ma non più di un ispirato Tarantino o di una performance di Orlan: è una secchiata d’acqua che ti sveglia, e no, non chiamatelo pulp, parola scagliata da Hank e abusata da tutti gli altri a seguire, soprattutto dopo la fiction di Wolf il risolutore e compagni.
Non chiamatelo pulp, perché pulp fa spesso rima con cool, e il cool questi racconti lo sbeffeggiano con l’acume concreto che ha chi non si fa abbagliare dai lustrini della civiltà dell’immagine, e riesce ancora a cogliere la vera natura delle cose: leggetelo, e basta.
E poi, cercate di credere che sia solo fantasia. Provateci, almeno. Se volete riuscire a dormire.

PICCOLA BOTTEGA DI QUOTIDIANI ORRORI (Con l’insistenza di un richiamo – Francesco Randazzo – Lupo Editore 2009)

Il libro del giorno: Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Don Fabrizio, principe di Salina, all'arrivo dei Garibaldini, sente inevitaile il declino e la rovina della sua classe. Approva il matrimonio del nipote Tancredi, senza più risorse economiche, con la figlia, che porta con sé una ricca dote, di Calogero Sedara, un astuto borghese. Don Fabrizio rifiuta però il seggio al Senato che gli viene offerto, ormai disincantato e pessimista sulla possibile sopravvivenza di una civiltà in decadenza e propone al suo posto proprio il borghese Calogero Sedara.

"Gattopardismo, gattopardesco, gattoparderia ... Il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha arricchito il nostro vocabolario con sostantivi e aggettivi dalla straordinaria resa espressiva, ricchi di sfumature capaci di definire come meglio non si potrebbe stati d'animo e situazioni storico-ambientali. Il gattopardo è la Sicilia, la sua anima, destino, faccia, e nello stesso tempo metafora della vita, al di là di limiti geografici e politici"

di Matteo Collura tratto da Corriere della Sera del 27/07/09, p. 31

casa editrice Feltrinelli: http://www.feltrinellieditore.it/

domenica 26 luglio 2009

Il libro del giorno: Il mio nome è Legione di Demetrio Paolin (Transeuropa edizioni)

Questo romanzo racconta la storia di Demetrio, giornalista trentenne, e del suo rapporto con determinate figure della memoria, pubblica e privata, che da sempre lo ossessionano e lo influenzano.Il racconto si muove sul filo della deriva psicologica – tra reticenze e confessioni, sprofondamenti nel dramma e soprassalti ironici, non privi del sentimento di una conquistabile felicità: vi si mescolano, come le tessere di un misterioso mosaico di cui si debba ricostruire il disegno originario, le apparizioni di Renato Curcio, il fantasma di Mohamed Atta, il Cristo di Quattordio, la veggente in comunicazione con l’anima di Vittorio Alfieri, le spoglie di Cesare Pavese e l’icona della giovane pallavolista che nasconde nel suo passato il misfatto più grande, l’omicidio della madre e del fratellino – la giovane imperatrice che condensa su di sé i crismi fondamentali della coscienza edipica occidentale. Queste epifanie, collegate alla morte del padre del protagonista, all’infanzia turbata dalla misteriosa disfunzione sessuale del fratello minore e poi al rapporto masochistico/sadico con Giulia e con le donne che in generale popolano la sua esistenza, convincono Demetrio d’essere stato toccato dal male. Un cammino che solo alla fine sembra accennare alla possibilità di trovare un ordine, e di redimere il male senza esorcizzarlo. «Ora ho capito che il male è come per alcuni la grazia. Il male è la mia grazia. Ho accettato che sono male. Così avrò salva la vita. Non essere nel male avrebbe significato essere perduto. Sono nel male e sono salvo.»

"Libro duro, nella sua focalizzazione pervicace sul male e sullo scandalo della sua esistenza, appena velato da un reticolo di citazioni letterarie forse non necessarie, apre uno spazio ipotetico per l'altro scandalo, quello dell'esistenza del bene"

di Dario Voltolini, tratto da Tuttolibri n. 1647, de La Stampa, p. II

casa editrice Transeuropa: http://www.transeuropaedizioni.it/?Page=home.php

Nero di Vito Antonio Conte















Tende da campo. Tante. Grandi, piccole e canadesi. Tutte colorate. Prevale l'azzurro. Fili con biancheria appesa ad asciugare. Auto e furgoni ai margini. Movimento. Poco. Lento. Ma non è un camping. Non sono al mare. Percorro la strada che ogni giorno devo per recarmi al lavoro. A Nardò. Ad appena un kilometro dal passaggio a livello, prima della città, sulla destra, tra gli ulivi, quel riparo improvvisato. No, non è un campeggio. E il colore dominante, a ben vedere, è un altro: nero. Nero d'Africa. Di uomini che non sono in vacanza. Di uomini che aspettano un'occasione di lavoro. Nero. Come il colore della loro pelle. Splendidi uomini d'ebano. Tra panni stesi ad asciugare dalle poche donne presenti. Nere anche loro: bellissime. Il vento asciugherà quegli indumenti, bagnati di sudore. Loro, gli uomini, aspettano un'altra giornata di sole. Attendono che qualche “caporale” bianco li ingaggi per la raccolta delle angurie (ma non solo). Si tratta di “ingaggio” senza regole, qualche volta arriva da un loro “fratello”. Attendono dignitosamente una chiamata. Altri sono per strada, a piedi. Raggiungono la prima stazione di servizio che s'incontra entrando (da Lecce) a Nardò, quasi di fronte allo stadio di calcio, subito dopo la chiesetta nel cui giardino si erge la statua di Padre Pio. Attendono il miracolo di un altro giorno di lavoro. Con dignità statuaria pari a quella del santo. Qualche giorno addietro l'attesa si è materializzata -non nel bianco “caporale”, ma- nelle divise della polizia. Ne hanno portati via una ventina, clandestini. I “caporali” circolano ancora. Per gli “schiavi dell'anguria”, invece, la polizia segna un altro VIA nella loro odissea iniziata con la fuga (dalla guerra, dalla fame, da mille altre insidie...) da uno dei cinquantatre Stati del continente Madre. L'ennesima ingiustizia quotidiana è compiuta. La vedo ogni giorno: sulla pelle luccicante di fatica di questi uomini tra i campi mentre raccolgono questi grandi frutti-sauri tondeggianti succulenti dolci croccanti e dissetanti, li ripongono in grandi contenitori di plastica, li caricano su camion, grandi e piccoli, spesso articolati che raggiungono il Nord d'Italia, dove fette rosse e fresche (del loro sudore malpagato e senza garanzie) vengono vendute a caro prezzo. Li vedo ogni giorno. Ognuno li può vedere, passando da lì. Ogni giorno di tutti gli anni, in questo periodo. In passato trovavano riparo in vecchi fatiscenti ruderi di campagna che il degrado ha fatto crollare rovinosamente. Nessun servizio igienico, nessuna garanzie contrattuale, nessuna tutela per loro. La dignità slavata dalla mancanza di dignità di chi li ingaggia illegalmente e di chi questo permette. Il bisogno sfruttato come sempre. Il sudore lavato dai frequenti temporali di questi giorni che fa di questa Terra sempre più luogo d'Africa caraibica. Io intanto raggiungo il mio Ufficio. Che non è un bell'Ufficio. Ma neppure decoroso. Né idoneo a svolgervi le funzioni cui è destinato. Ne avrei da sprecare parole per dire di quest'altra fatiscenza... Chi di dovere ne è a conoscenza. Da tempo. E non cambia nulla. Ma il mio lavoro, per quanto mal retribuito in un ambiente invivibile, almeno è... “regolare” e non posso lamentarmi se l'immobile in cui è allocato l'Ufficio (del Giudice di Pace di Nardò) in cui lavoro è squallido e in degrado, pressoché senza impianto di condizionamento (che d'estate si schiatta dal caldo), coi caloriferi insufficienti (che d'inverno fa freddo), senza scala antincendio (e già una volta un incendio c'è stato: al piano terra, col Personale al primo piano...), senza alcun sistema di sicurezza, senza alcuna vigilanza, senza collegamenti a internet, intranet e REGE, senza niente di niente, tranne muri scrostati e richieste (…) rimaste inevase (tranne qualche sporadico palliativo che non può chiamarsi intervento...). Eppure a Nardò c'è il Nuovo Palazzo di Giustizia. Proprio vicino al luogo dove sostano gli extracomunitari in attesa di un cazzo di lavoro del loro stesso colore! Dovrei dirla tutta, mi dice Maria. Prima o poi lo farò (e a lei, invero, ho detto sempre tutto... quel che ero, quel che sono, senza reticenze... ciò che voglio... e di solito -poi- non ho riserve mentali con alcuno... e quel prima o poi allora significa altro... sì, prima o poi racconterò un'altra storia, l'unica per cui è giusto vivere di cuore...) Ma, in questo caso, c'è che è sordo chi non vuol sentire e cieco chi non vuol vedere. E allora perché sprecare ancora parole? Le ho già sprecate con chi di competenza! Da tempo. E non cambia nulla! Ma io un lavoro “regolare” almeno ce l'ho. Loro no. E quando arriva è quel che è sotto gli occhi di tutti. Non c'è paragone. Perdio! E lungi da me la tentazione di farne (paragoni). Un dato, però, è comune tra la loro situazione e la mia... Se ne parla. Sempre. Ma non cambia niente. E non posso chiudere così. Avevo promesso che avrei bestemmiato soltanto per qualcosa per cui ne valesse la pena: beh, in questo caso la mia scurrilità è d'obbligo: io la destino a chi so, voi a chi vi pare: vaffanculo! E se proprio devo indicare un'altro finale e dare ancora colore e ritmo a questo pezzo, la cosa migliore che mi viene in mente è il ritornello di una canzone di Enzo Avitabile: “chest'è l'africa favurite/bonappetito”.

sabato 25 luglio 2009

È in libreria "SCANDALOSO OMICIDIO A ISTANBUL" di MEHMET MURAT SOMER (Sellerio editore)

Istanbul, una città con tante anime. Estrema propaggine dell’Occidente, ponte tra Europa e Asia, la città dai mille minareti oscillante tra modernità e tradizione è lo scenario di questo romanzo.
A Beyoglu, il colorato e allegro quartiere occidentale di Istanbul, di notte le strade si animano per la presenza di tanti locali notturni. Un brutto fatto di sangue turba il quartiere: una persona scomparsa, un omicidio, un intrigo complicato. A indagare su tutta la faccenda il protagonista-narratore: elegantissimo, colto, amante della musica barocca, esperto di arti marziali. Non è un detective di professione: di giorno è un esperto informatico, di notte un travestito che gestisce un night club, esponente moderno di una città che non finisce di sorprendere.
Un delitto lo coinvolge in prima persona: è stata uccisa Buse, una delle sue ragazze. L’indagine si svolge fra avventure rocambolesche in una Istanbul infuocata di piena estate, tra le strade del gran bazar e i traghetti sul Bosforo. Ma soprattutto l’autore vuole svelare un mondo, quello dell’omosessualità, che descrive senza infingimenti.
Tradotto negli Stati Uniti (Penguin), in Francia (Actes Sud), Regno Unito (Serpent Tail), il libro è stato accolto molto bene dalla critica che ha visto in questo poliziesco a sfondo sociale un nuovo tassello del “noir mediterraneo”.

Nato ad Ankara nel 1959 Mehmet Murat Somer con questo romanzo ha dato inizio a una serie di noir ambientati nei quartieri caldi di Istanbul. È attualmente il principale esponente della letteratura gay in Turchia, letteratura coraggiosa a metà tra desiderio di svelarsi e richiesta di tolleranza.

Danilo Arona, L'estate di Montebuio (Gargoyle Books). Rec. di Silla Hicks

Io sono uno di quelli che la leggono, la prefazione. E spesso da lì decidono se vogliono andare avanti o no. Sono l’esca attaccata all’amo, le prefazioni: ci sono volte che funzionano, altre che sarebbe meglio strappar via le pagine. Questa, è tra quelle del primo gruppo: mette curiosità, e non la soddisfa. Offre spunti, e non li sviluppa. Racconta, senza raccontare la storia, ma solo impressioni, impulsi: il resto, quello è – dovrebbe essere - affidato al libro che segue.
Mi piacerebbe davvero dire che si è rivelato sempre allo stesso livello delle pagine che l’introducono, questo esperimento fiammingo di matrioske una nell’altra. Che il giochino della storia nella storia – la stanza nella stanza della famiglia Aldobrandini – funziona alla perfezione, e l’autore riesce nella sua scommessa giallo-horror, camminando senza scivolare sul filo di un plot che ha le dimensioni di un frattale. Premetto: in realtà, non è che si tratti di innovazione (basti pensare al film nel film della Donna del tenente francese, o, restando nel filone dark, a REC) ma resta un espediente che se riuscito dà naturalezza a storie altrimenti incredibili, ed è questo che è l’orrore, una piccola bottega di cose e vicende assurde, fuori dalla nostra logica, da quello che possiamo vedere e toccare. Perché ci spaventino, devono sembrarci possibili: dobbiamo esserne trascinati al punto da trovarci lì, con l’uomo nero a un metro, non al sicuro dentro a un cinema. Altrimenti, è tutto inutile.
Purtroppo, non sempre è così, per queste duecento e fischia pagine scritte in un italiano trapunto di riferimenti eterogenei il cui filo conduttore è l’opera omnia di King – ma, forse, davvero non è possibile scrivere di orrore lasciandoselo alle spalle - lavorato di cesello anche quando vorrebbe esser basso.
Intanto, la storia, anzi le storie. L’agiografia di una santa semisconosciuta – radiata o no dal calendario non importa – il cui martirio sembra l’opera di un ispirato Ted Bundy, e che riappare nel finale come vendicatrice adolescente, una Milla Jovovich coperta di sangue con in mano uno spadone più grande di lei per la regia di Luc “Leon” Besson.
Poi, l’estate del ’62 e la banda di piccoli protagonisti, Stand By Me di una generazione, prima che tutto cambi e che ciascuno si trovi al suo posto, nelle schiere dei buoni o dei cattivi, e il ragazzino in vacanza diventi uno scrittore, e muoia schiacciato dal peso dei ricordi.
Miriam piccola vittima, e tutte le altre senza nome, sacrificate a un culto pagano da adoratori del grano come Nicholas Cage arso vivo sull’isola de Il Segreto, che magari fosse così facile, e non esistessero mostri travestiti da papà, che fanno infinitamente più paura.
La ragazza morta che compare a provocare incidenti, leggenda metropolitana universalmente nota su cui circolano filmati su You Tube e un film spagnolo carino, di cui non ricordo il titolo.
E – sopra a tutto -il rumore del male, che è quello dei Langolieri (by S.K., of course), e insieme lo scampanellio dei monatti.
Quello che ne viene fuori è un meltin’ pot frenetico, in cui Stephen IT mantiene assieme i pezzi, e sorvolo sull’ amante scosciata/pettoruta/carrierista che diventa detective (protagonista di una fiction di Rete 4?) che si converte alla maternità salvifica, e allo speriamo che sia femmina del finale.
Anche se, in realtà, è la prevalenza – letteralmente, nel senso di superiore valore - di donne che colpisce, come nella saga di Alien.
Sono donne i capi, del bene – Sigourney Weaver - Tenente Ripley uguale la carrierista di cui sopra, e, al sommo livello, santa Milla – e del male – la regina degli alieni, uguale Lisetta cresciuta dalla parte sbagliata, gli aliens con acido al posto del sangue uguale le zannute arpie, e via dicendo.
Gli uomini, solo comprimari: i carabinieri sbranati, il detective che finisce fuori strada, persino lo scrittore Morgan (complimenti per il nome…fosse stato Marco, avrebbe sicuramente convinto di più, e lo dico io che mi chiamo come l’avversario più famoso dell’antica Roma, peccato che della guerra civile siano rimasti in pochi a saperne qualcosa) restano sullo sfondo, non capiscono, e se provano a farlo non trovano il bandolo della matassa e perdono il senno o addirittura la vita.
Solo che il primo Alien è del ’74, se non sbaglio, e all’epoca – popolata da fragili eroine sistematicamente bisognose di essere salvate – si trattava davvero di un nuovo modo di leggere la storia. Oggi, dopo Resident Evil, Tomb Raider e Xena principessa guerriera, è un filone collaudato, come tanti altri.
Quanto al dono di generare dal proprio corpo un altro corpo – sommo mistero/miracolo, alla base del matriarcato e del culto celtico della dea di Avalon, per non dire del Codice da Vinci – non credo si possa dire niente di nuovo.
Tranne, forse, che la maternità non è l’unica dimensione possibile per una donna, ma soltanto una scelta: se la carrierista che si ritrova incinta dopo il suicidio dello scrittore – per inciso: cosa abbastanza incredibile, in un’epoca in cui gli adulti non fanno i bambini per caso - si converte velocemente al nuovo ruolo di mammina, la Pia, ritardata stuprata che muore di parto nella colonia abbandonata e fatiscente, è solo una vittima, del branco, prima, e del mondo, che continua a dormire mentre lei si dissangua nella notte di san Valentino, poi.
Peccato siano solo poche righe. È la parte più riuscita: l’emarginazione, l’indifferenza, lo squallore che le permeano fanno paura davvero.
Perché sembrano – sono – reali.
Circa vent’anni fa, Giordano Bruno Guerri ha scritto un libro, su un’altra martire vergine, Maria Goretti, e sul suo stupratore. S’intitola “Povera santa”, povero assassino.
È lo stesso titolo che meriterebbe questa storia di provincia fonda dove l’ignoranza fa buio nella mente, e il resto – anche l’orrore di Stephen – viene da sé.
La colonia degli orfanelli/vittime di regime poteva essere un ottimo inizio.
Peccato che le metafore soprannaturali abbiamo smorzato la disperazione che poteva venirne fuori, e tenere sveglio chiunque, anche uno come me che non crede in niente che non si può toccare.
Peccato che di King manchi l’orrore più incredibile, quello quotidiano: il bullismo di cui è vittima l’incendiaria Carrie, la famiglia sfasciata del bambino di Cujo. La stanza del figlio, su cui si basa Pet Semetary. Tutto quello che fa davvero paura, nelle storie di quest’uomo del Maine, che non per niente in Danze Macabre dà lezioni di horror.
Ammesso che servano, è chiaro. Perché i libri sono come la musica e i quadri e le torte e i tuffi, e non si può farli identici a quelli di un altro. Ci si può provare per imparare, come gli studenti d’arte che disegnano su blocchi enormi, seduti per terra nei saloni degli Uffizi o del Louvre, con le matite sparse tutt’attorno e le facce contratte come velocisti ai blocchi. Alcuni di loro diventeranno pittori veri, altri no, torneranno a casa, e s’inventeranno altre vite. Perché ci vuole la Fortuna dell’imponderabile per realizzare i sogni, sì. Ma soprattutto perché ce ne vuole anche di più per trovare una strada nuova, solo tua, e il coraggio di percorrerla, senza che nessun altro l’abbia asfaltata, prima.

Montebuio witch project, ovvero Danilo Arona e il suo L'estate di Montebuio (Gargoyle Books)

Il libro del giorno: Beijing story di Tongzhi (edizioni Nottetempo)

Ultimo tango a Pechino. Nella Cina ricca e spieiata degli anni recenti, un giovane capitano d'industria abituato a comprare tutto - anche l'amore di chi non lo ama -incontra un ragazzo quasi adolescente, che si prostituisce per necessità economica o forse per autopunizione, e con lui brucia per la prima volta nel fuoco di una passione erotica che cambierà la vita di entrambi. Scoppiato su internet, quasi fosse un moderno samizdat, il caso di "Beijing Story" ha conquistato i lettori di tutto il mondo, pur rimanendo in patria un testo rigorosamente clandestino. Non a caso il suo autore è costretto ancora oggi a rimanere anonimo: contro la censura di Stato, la sua figura appare fragile e potente come quella dello studente inerme di fronte ai carri armati sulla piazza Tian'anmen. Dal romanzo, Stanley Kwan ha tratto nel 2001 un film premiatissimo, Lan Yu

"Arriva dalla Cina, sfuggito alla censura di Stato, il romanzo gay più trasgressivo dell'anno: firmato con lo pseudonimo Tongzhi (letteralmente compagno, ma anche gay, Beijing Story è una internet novel, diventata in Italia per la prima volta libro stampato, che narra la storia a tinte forti, sullo sfondo dei fatti di TieN An Men,tra il ricco imprenditore trentenne Handong e il malinconico diciassettenne Lan Yu,che si prostituisce per vivere. Amore impossibile"

di Benedetta Marietti tratto da D, La Repubblica delle Donne n.656, p. 42

casa editrice Nottetempo: http://home.edizioninottetempo.it/


Beijing story di Tongzhi
2009, 149 p.,Nottetempo

venerdì 24 luglio 2009

Gargoyle Books presenta Il sangue di Manitou di Graham Masterton

La trama.
Alle soglie del Terzo Millennio, durante un'estate torrida, la città di New York è preda di una strana e terribile epidemia, di cui i medici non riescono a individuare l'origine. Tra i sintomi della misteriosa patologia ematica: difficoltà a ingerire cibo solido, ipersensibilità alla luce solare, e un'insostenibile arsura che può essere placata solo bevendo sangue umano. Mentre, nella metropoli, il panico dilaga, schiere di contagiati si riversano per le strade alla ricerca di sangue. Solo il sensitivo Henry Erskine capisce che ciò che accade non è affare risolvibile negli ospedali. Con il sostegno degli spiriti dei Nativi americani, Erskine si inoltrerà in un regno oscuro e sotterraneo a metà tra i vivi e i morti, dove dovrà condurre una lotta per la sopravvivenza della specie umana, una lotta in cui la morte non è che l'inizio.

Il libro.

Pubblicato negli Stati Uniti nel 2005 da Leisure Books, Il sangue di Manitou è il quarto di una serie avente come protagonista Harry Erskine, "veggente, erborista e cartomante", noto in Italia per l'interpretazione datane da Tony Curtis nel film Manitù, lo spirito del male (The Manitou, 1978) di William Girdler, tratto a sua volta dal romanzo omonimo pubblicato nel nostro paese da Cappelli. Gli altri titoli della serie, inediti in italia, sono The Djinn (1988) e Burial (1992).

Abile nell'incrociare miti di diversa estrazione, ne Il sangue di Manitou Masterton riprende alcune delle figure leggendarie dei Nativi americani e le fa incontrare/scontrare con le radici del vampirismo originate dalla sua terra d'elezione, la Romania: non le fascinose figure in mantello nero care a cinema e letteratura, ma la vera essenza del mito, quella degli strigoi, ancora massicciamente diffusa nel paese.

L'autore.

Ancora poco noto in Italia, Graham Masterton (Edimburgo, 1946) è riconosciuto a livello mondiale come uno dei grandi maestri dell'horror: in Francia gli viene intitolato un prestigioso premio letterario, il "Prix Masterton", giunto quest'anno alla nona edizione, e le sue opere vengono regolarmente pubblicate in diversi paesi, come Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Grecia, Polonia, Romania. Masterton vanta una lunga carriera come giornalista e scrittore: è autore di oltre cento tra romanzi e racconti che hanno collezionato riconoscimenti di pubblico e critica in molti paesi. I suoi maggiori successi sono Charnel House (vincitore di uno Special Edgar conferito dalla Mystery Writers of America), Mirror (vincitore della Silver Medal of West Coast Review of Books), The House That Jack Built e Pray. Tre dei suoi racconti sono trasposti sul piccolo schermo per la serie "The Hunger", prodotta da Tony Scott. I diritti di uno dei suoi ultimi romanzi, Trauma (2002), sono stati acquistati dal regista Jonathan Mostow ("U-571") e diverranno a breve un film. Di Masterton, Gargoyle ha già pubblicato nel 2006 Spirit.

www.grahammasterton.co.uk

Da Il sangue di Manitou:

Finalmente raggiungemmo Ground Zero, il punto dove erano crollate le torri del World Trade Center e dove stava già cominciando a innalzarsi la Freedom Tower. Anche là non c'era nessuno. o quanto meno, nessuno che fosse vivo. Le baracche del cantiere erano tutte deserte e i pesanti macchinari. retroescavatori, scavatrici, bulldozer e betoniere. erano fermi e silenziosi. Vidi il corpo di un uomo pendere da una gru, appeso a una decina di metri di altezza come se fosse stato impiccato, con due o tre gabbiani che lo stavano beccando.

Quel posto aveva destato in me una quantità di emozioni, quando ero venuto in centro a vederlo, dopo l'11 Settembre, ma a quell'epoca erano in corso le operazioni di sgombero, e il luogo era rumoroso, affollato e pervaso di animata determinazione; mentre quella mattina appariva semplicemente spettrale, un cantiere deserto in una città popolata da cadaveri che marcivano e da nonmorti che potevano circolare soltanto con il buio. La gru emise ripetuti suoni metallici, e uno dei gabbiani reagì con uno stridio di irritazione.

Dall'introduzione:

Nulla di strano nella decisione di raccogliere più che la tradizione "classica" del vampirismo [.] quella posteriore, metropolitana e moderna: non più l'aristocratico individualista e il tormento della sua eterna condanna alla non-vita, ricalcato sull'originario modello del Dracula di Bram Stoker, quanto l'orda barbarica emofaga, la massa chiassosa e vandalica dei vampiri post-industriali che si riversano a legioni dietro il contagio collettivo. Con l'aggiunta di una variazione sul tema: l'infezione del sangue.

Hanno detto:

Il sangue di Manitou è un romanzo solido quanto un blocco di granito che ci proviene uno dei veri maestri del genere horror. Masterton scrive con in mente un unico obiettivo: la pagina successiva. "Se sono smanioso di arrivare alla pagina seguente, probabilmente i lettori proveranno la medesima sensazione".

Houston Chronicle

Nell'ambito dell'Horror, Graham Masterton è forse lo scrittore capace di suscitare i brividi più raggelanti.

Masters of Terror

Masterton è un narratore ipnotizzante il cui fascino risiede nel combinare conturbanti aspetti di debolezza umana con una sofisticata abilità di mantenere costante la tensione.

Genius

Gargoyle Books, "Il sangue di Manitou" di Graham Masterton
Traduzione di Annarita Guarnieri. Introduzione di Claudio Asciuti

Il libro del giorno: Quando Degas andava a Napoli di Elio Capriati (MJM editore)

A determinare il fascino particolare e intrigante di questo libro di Elio Capriati si incontrano e si sommano due suggestioni diverse: quella della Napoli del passato (la vicenda si snoda lungo l’arco di un intero secolo tra fine 700 e fine 800) e quello della pittura di Edgar Degas.
A collegare i due argomenti un fatto che non tutti conoscono: e cioè che con la nostra città Degas ha avuto un lungo, articolato, appassionato rapporto. In quanto è a Napoli che hanno vissuto suo nonno, René-Hi­laire De Gas, affermato uomo d’affari, e un’assai variopinta tribù di zie, zii, cugini e cuginette: parenti a cui il pittore è stato legatissimo, e che non solo ha più volte visitato, ma ha anche raffigurato nei dipinti (una delle sue opere più famose, “La famiglia Bellelli”, rappresenta appunto la zia partenopea Laurette con il marito e le figlie Niny e Julie).
Allora: di quali peculiarità si avvale l’impianto del romanzo? Ecco. A caratterizzarlo è una duplice operazione di incastro: c’è Paul Valery, il futuro autore dei ‘Cahiers’, che nella Parigi di inizio novecento recensi­sce la propria visita all’ormai anziano Edgar Degas, e c’è Edgar Degas che, seguendo come sovrappensiero il filo dei ricordi, rievoca l’avven­turosa vita del nonno e le coinvolgenti vicende della sua famiglia. Da questa impostazione scaturisce una successione di scene colorate, ora drammatiche, ora sorridenti, ma tutte di grande impatto emotivo e quin­di in grado di avvincere il lettore: i giorni della rivoluzione a Parigi, Maria Antonietta sulla carretta che la conduce al patibolo, il sacrificio delle vergini di Verdun, le stragi nella Napoli del 1799, l’eruzione del Vesuvio, e al contempo Celeste Coltellini che canta Paisiello a San Leucio, la conversazione nel salotto dei Meuricoffre, il viavai di Tole­do, gli incontri del nonno con Napoleone e Murat o l’Egitto con le sue piramidi e i suoi minareti.
(Tratto dalla prefazione di Giovanna Mozzillo)

"Il napoletano Elio Capriati immagina che il grande artista ci narri la storia dell'avo, parlando di se stesso, di Napoli e della propria arte"

di Stefano Manferlotti tratto da Il Venerdì di Repubblica n. 1114, p. 104

casa editrice MJM: http://www.mjmeditore.com/index.php


Elio Capriati:www.eliocapriati.it

Piovono formiche carnivore e altre inezie di Alessandro Salvi (Aletti editore)

Alessandro Salvi ha una sua forza poetica che non lascia indifferenti, vuoi per registro, per un suo timbro per versi personalissimo, vuoi per il messaggio poetico. La sua scrittura gioca in maniera obliqua tra vita e transitorietà delle cose, amore e distanza, trasformandosi in forza e sublimazione che solo si può dare quando il canto è autentico. Certo Separazione, Lutto, Nostalgia e Dolore sono costanti che hanno popolato e popolano tutt’ora le migliori produzioni poetiche da Omero a Virgilio, da Dante a Foscolo a Hikmet a Neruda, ma la poesia di questo autore che per Aletti ha pubblicato “Piovono formiche carnivore e altre inezie” si tratta di una costante rimetabolizzazione di tracciati autobiografici lasciati a metà, e che occupano (proprio per questo) con la loro pesantezza ogni giorno della propria vita. In lui non sussiste nessuna lotta con il passato, i ricordi sono ombre e talvolta si materializzano in un’angoscia latente, e costante. Per quel che ho avuto modo di percepire, in taluni componimenti velenosissimi come ad esempio “Delirio in do#”, Salvi sa che la Poesia oggi è prerogativa di pochissimi, vuoi per la questione dolente del leggere libri di poesia, vuoi per l’industria culturale in questo settore, in più di qualche occasione ingenerosa verso gli esordi o comunque poco attenta a produzioni di buona qualità. Alessandro Salvi, non solo è consapevole che fare il poeta non rientra nell’hobbystica, e che dunque è una scelta di responsabilità nella propria esistenza, una vera e propria missione direbbe il poeta albanese Gezim Hajdari, che non è l’essere mestieranti delle parole che fa di uno scribacchino un poeta, anzi questo autore assume su di sé l’onere della Parola, che porta sempre e lo fa in maniera lucida, lo stampo del tempo in cui vive: “La poesia non sta tra noi. Non più./ Cerchiamola nel bottone mancante/ di una camicia color marrone, nel/ tampone usato gettato per terra/ tra vari rifiuti, tra gli sputi e i mozziconi/ nella sale d’aspetto delle stazioni/ di raccordo./ Anzi, no, meglio non cercarla/ perchèla poesia è come la morte,/ prima o poi sarà lei a farsi viva./” (“Delirio in do#”). Che l’intero lavoro che qui presentiamo sia acuto, ironico, spregiudicato, struggente, furibondo, rabbioso, è fuori discussione, ed è fuori dubbio che sia di difficile classificazione, o incasellamento in una qualche determinata corrente poetica. Salvi è cantore di un grande disagio esistenziale e di profonda irrequietezza generazionale che porta alla disintegrazione di qualsivoglia modello di vita, ma che non si preclude la bellezza di una guerra spietata, fatta di carne e sangue su uno dei campi di battaglia in assoluto tra i più difficili: quello della libertà e onestà di spirito! Inoltre per questo poeta l’amore è lontana da qualsiasi seducente carezza, non è un sentimento intenso, totalizzante o profondamente esclusivo rivolto verso una persona, un animale, un oggetto, o verso un concetto, un ideale. Salvi non parla dell’amor cortese, romantico, ma delinea un aspetto forse patologico dell’amore, forse più vicino a certe nuances del dionisiaco, ma che si configura senza ombra di dubbio come una visione di questa categoria vicina a certa poetica americana degli anni ’70 (Charles Bukowski, William S. Burroughs tanto per intenderci) e costituita dal suo essere dunque spigolosa, scomoda, disturbante e che inevitabilmente porta ad auto scandagliarsi nei privatissimi recessi di meschinità dell’essere semplicemente, maledettamente un uomo: “L’amore è un liquore andato a male,/ più dolce del miele/ facilita il comporre/ poesie. Ma quando muore/ in bocca lascia un sapore amaro/ e nel ricordo brucia/ come su una ferita aperta/ brucerebbe il sale./ Amore non si dice/ perché non significa/ niente di preciso. E porta male./” (“L’amore è un liquore andato a male”)

giovedì 23 luglio 2009

Appocundria! Intervento di Vito Antonio Conte su Del pesce e dell'Acquario di Ilaria Seclì (Lietocolle)

“L'appocundria me scoppia ogni minutu a 'mpietto...”, cantava Pino Daniele degli esordi, 1980 all'incirca, “Nero a Metà” si chiama l'album in cui è contenuto questo pezzo (che amo ancora), se mal non ricordo. Testo scarno e essenziale, come di anima che si palesa. Melodia di chitarra che compie il miracolo di unire fado flamenco e blues. Era il mio primo anno all'Università: questo lo ricordo bene. Quasi trent'anni addietro: cazzo, mi verrebbe da dire! E sia. L'appocundria, nella sua accezione dialettale (nella lingua napoletana, siccome in quella salentina), significa qualcosa di più del corrispondente (ipocondrìa) italiano... Non è afferente, all'evidenza, al significato psicologico di nevrosi o patofobia... né coincide appieno con quegli stati più strettamente evocati e cioè con la depressione, la malinconia, lo scoramento, lo sconforto, l'abbattimento, pur contenendoli (in qualche misura). È qualcosa di più. E di diverso. È quella sorta di apatia che ha il sapore dell'indolenza e dell'impotenza (equamente divise). Molto vicino alla refrattarietà. Io, per certe cose, sto così da un po': faccio quel che devo: quel che dovere impone, appunto. Senza passione. Senza entusiasmo. È necessario. E lo faccio. Nel modo migliore, s'intende! Ma farei volentieri altro, se non avessi bisogno di quel che il lavoro dà. Mezzi di sussistenza, li chiamano. Lasciamo stare. Non m'impelagherò in parole sociologicamente rilevanti, né ho voglia di bestemmiare, oggi. Ché dire male del mio lavoro, in periodi di precarietà e di crisi -come quello presente-, significa bestemmiare. E anche la bestemmia ha un suo valore. Riservo di essere blasfemo per altre -più meritorie- occasioni. Coltivo altre passioni. Che ci sono. Per fortuna. Scrivo sempre. Appunto l'ordinario. Segno incipit per lo straordinario (almeno credo). Annoto, per non perderla, la meraviglia (ritengo). Lascio tracce dell'incanto (ne sono certo). Ci sono cose nuove che mi frullano nel grigio incipiente de... i miei capelli. Mi limito a serbarne memoria con una parola. Aspetto altro tempo. Ché questo non basta per il resto. Per tutto quanto il resto. E per quel che resto non è. Non leggo più come fino a qualche settimana fa. Non ho voglia di reading e presentazioni (salvo rare eccezioni) e, in genere, di tutta quella cultura svenduta nelle serate che, pure, a lungo, ho assiduamente frequentato. Refrattarietà! Non riesco a respirare certe atmosfere d'aria falsa. Meglio la campagna. E la fatica. Col sudore. E il silenzio. Non fraintendete: è uno stato mio. Sicuramente aiutato dal clamore e dalla frenesia inutili d'intorno, ma mio. C'è che ho voglia d'altro. E quell'altro, grazie al cielo, c'è. Non esattamente siccome vorrei, ma c'è. E anche quando non ci sarà più, semmai non ci sarà, so che “è” per sempre. No, non gioco con le parole. Non faccio sofismi. Non pratico strambe filosofie. Oddio, mi perdo ancora nei versi, da ultimo in quelli di Ilaria Seclì: “Del Pesce E Dell'Acquario” si chiama la sua ultima raccolta, edita da Lietocolle (pagg. 72, tutto compreso, € 13,00). Ma è un perdersi lieve e doloroso insieme. Un andare verso mondi toccati senza conoscerli, ovvero verso mondi conosciuti senza averli mai toccati. Non spetta a me aggiungere altro sull'opera di Ilaria Seclì. Su di lei qualcosa potrei aggiungere. Di buono. Ma non lo faccio. Dico soltanto, e lo dico a lei personalmente, che -è vero- una vita sola spesso non basta: ce ne vorrebbero almeno due!?! Ma -io (oggi)- guardo la mia e penso: una vita è tutto... Poi, aggiungo e chiudo, è il coraggio che manca; è la responsabilità che inchioda; è capire questo che difetta; comprendere questo e lasciarsi andare lo stesso; e dire: Grazie, ancora... “io, sposa del dio estinto, del figlio perduto, se il cielo rovescia / ciò che la terra solleva tu tieni e sposti nella misericordia / della valle senza vento”, così scrive Ilaria ed è solo la fine del primo componimento della raccolta poetica citata. Non perdetevi questo libro! Perdetevi in questo libro. Perdetevi in “vite infette” (uno dei versi che amo di più). Poi, tornate alle vostre occupazioni. Se ci riuscite. Io torno alla mia refrattarietà. Non mi tangono le vostre corse ultronee. L'indifferenza verso quel che ho scritto su (e, di contro, la pienezza di quell'altro che ha il più alto nome divino e ch'è madre di tutti...), adesso mi fa stare qui, tra note sempre nuove (bellissime quelle di Mario Fasciano & C. in “Porta San Gennaro - Napoli”), davanti a quello ch'è aperto da oltre un mese, che non può essere definito libro, ma di carta è fatto. Carta di ottima fattura, con parole sussurrate, immàgini di una bellezza sconvolgente, tavole note che mi appaiono come mai viste, acquerelli che fotografano anime in viaggio nella più reale delle camminate, chine di un'essenza fatta di pochissimi tratti e che evocano soprattutto quel che segno non è né potrà mai diventarlo e intanto (così) lo vedi lo tocchi lo annusi lo accarezzi e ti accarezza, tecniche miste di indicibile forza: quella che cattura l'occhio e lo fa godere... Il “LIBRO”, di grande formato (29 x 27), è “Periplo Segreto” di Hugo Pratt (a cura di Patrizia Zanotti e Thierry Thomas), edito nella scorsa Primavera da Rizzoli-Lizard (su progetto editoriale della CONG SA, Losanna), e conta ben 415 pagine (€ 70,00), con traduzione in inglese e in francese, delle quali la gran parte illustrate con gli splendidi sogni fermati nella sospensione lirica del vivere l'onirico dell'insuperato Hugo. Quest'opera si apre con una splendida fotografia (del volto in primo piano) di Hugo Pratt; quindi troviamo la “Premessa” di Patrizia Zanotti e “Sotto il segno dell'ironia” di Thierry Thomas. Prosegue con i disegni di Pratt: “Tecniche miste: 1950/1995”; poi con una sezione dedicata a “Hugo Pratt. La vita e i viaggi”. Si chiude con una “Bibliografia essenziale”. Più volte ho scritto (anche su queste pagine) di lui e delle sue opere... Ma quella di cui dico adesso è la “summa” straordinaria delle singole prodigiose storie di Pratt, frutto della sua infinita fantasia artistica. Quella che gli permetteva di vivere quel che immaginava. Quella resa immortale nelle tavole disegnate attingendo alla sua stupefacente memoria. Ricordo vivido dei fatti della sua esistenza e di tutto quello che aveva conosciuto. Di tutto ciò Pratt sapeva evocare e rendere appieno ogni espressione con pochi tratti. “Quanta musica, movimento e allegria ci sono nella Josephine Baker appena tracciata con due gesti di carboncino? Una volta in una libreria di Parigi in occasione dell'uscita del suo libro "Lettere dall'Africa" di Rimbaud, un ragazzo, molto timido e emozionato di trovarsi di fronte a Pratt, gli chiese un ritratto di Rimbaud, ma Hugo capì "Rambo" e, anche se piuttosto sorpreso, gli tracciò un bel ritratto di Silvester Stallone. All'inizio di "Aspettando Corto" c'è un passaggio che evidenzia molto chiaramente l'entusiasmo, ma al tempo stesso lo stupore per le possibilità che gli si aprivano nella vita grazie alla sua capacità di disegnare, e naturalmente, grazie al fatto che qualcuno avesse riconosciuto queste capacità e potenzialità. "Immaginate di aver sognato l'America per cinque anni. Non un posto preciso dell'America, a nord a sud o al centro. No. Avete sognato l'America come un nome, una situazione, una droga, un rinvio, una dilatazione, un'evasione, un inizio, un Eldorado, un'avventura, una chiavata o una fuga (…) e un giorno vi trovate sulla nave con un biglietto e tutto (…) con l'orizzonte che precipita a poppa mentre la prua della nave, ondata dopo ondata, apre per voi le porte del mondo. E avete poco più di vent'anni (…) Ero in viaggio per l'Argentina (…) biglietto pagato e contratto di lavoro con l'Editorial Abril. Mi chiedevo: sei un disegnatore? Sono passati vent'anni da quella prima partenza per l'America e ancora non mi sono risposto.". La sua era la "generazione entusiasta", mi diceva alla fine dei vari racconti. Erano entusiasti di tutto, ma soprattutto di essere sopravvissuti alla Guerra. Una guerra che Pratt aveva conosciuto da vicino in Africa e disegnato negli "Scorpioni del deserto" conservando un'incredibile memoria dei dettagli: delle divise, delle mostrine, degli stemmi che evidentemente aveva memorizzato inconsapevolmente da bambino. Anche nel rigido mondo militare Pratt riusciva a far entrare l'ironia, attraverso personaggi che col loro linguaggio denunciavano l'assurdità delle guerre che lui raccontava.” (Dalla premessa di Patrrizia Zanotti). Quell'ironia che gli ha permesso di raccontare disegnando mille altre realtà stordendo i lettori col suo tratto poetico e facendoli risvegliare con una domanda in più. “Per nessun disegnatore realista (cioè autore di un fumetto di avventure e non di una serie che vuol essere comica) l'ironia ha avuto tanta importanza come per Hugo... i clichè delle sue storie hanno perso il loro carattere artificiale, e i suoi personaggi sono diventati veri, quando lui è stato in grado di iniettare nelle sue strisce quell'ironia che gli era connaturata. Quando ha saputo, semplicemente, disegnarla. Ma l'ironia, viene da dire, non si disegna! Invece sì: grazie alla semplicità, appunto, grazie alla rarefazione e alla rapidità. "Il mio modo di lavorare è cercare sempre di andare oltre..." dichiarava Hugo. Di fatto il suo stile si è rivoluzionato in modo decisivo quando ha iniziato a epurare il disegno. Da quel momento tutto è diventato più leggero, e più profondo.” (Thierry Thomas). Più leggero. E più profondo. Insieme. Gli opposti. Ciò che -apparentemente- sta agli antipodi. Che si toccano. Coincidendo. Forse. Mia vecchia fisima!?! Un po' come questo pezzo. In cui ho finito per dirvi che sono impenetrabile dal mondo parlandovi di tanti mondi... E ce ne sarebbe da dire, ancora, e ancora, sì ancora... ma c'è “Il Libro” che mi reclama, questo LIBRO. Che non è un libro. Ma è fatto di carta. Come certi sogni. Di fragile carta. Tanto fragile che devi trattarla con cura e attenzione. Così fragile che può vivere (e, spesso, vive) oltre una vita. Amatela.

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L'esorcista di William Peter Blatty (Fazi editore) alla Libreria del cinema a Roma

Scritto a partire dallo studio di un caso di possessione diabolica riportato dal «Post» nel 1949, L'esorcista richiese all'autore, William Peter Blatty, una lunga e accurata ricerca sull'argomento: «Penso che il mio inconscio, una volta accumulato tutto il materiale e la fatica necessari, abbia creato la maggior parte della trama, elargendone poco alla volta delle porzioni alla mia coscienza razionale». Pubblicato nel 1971, accolto con un certo scandalo dalla critica, il libro iniziò ad avere un impressionante successo di vendite; nel '72, l'autore fu insignito della Silver Med for Literature Commonwealth of California. Nel '73 il film tratto dal libro, sceneggiato da Blatty, diretto da William Friedkin e interpretato da Max Von Sydow e Linda Blair, ebbe dieci nomination agli Oscar. Riportò due vittorie: come miglior suono e miglior sceneggiatura. Il successo del film nelle sale fu tale da indurre la produzione americana a finanziare, negli anni successivi, ben due sequel, L'esorcista II - L'eretico e L'esorcista III - La genesi.

William Peter Blatty è nato nel 1928 a New York. La famiglia, di origine libanese, era in grandi ristrettezze economiche; il padre, carpentiere, se ne andò quando William aveva sei anni. Nel corso dell'infanzia, Blatty e la madre cambieranno residenza circa ventotto volte. A metà degli anni Cinquanta, Blatty vince 10.000 dollari nel quiz show You Bet Your Life: cifra che gli consentirà di dedicarsi all'attività di scrittore. Inizialmente autore di romanzi umoristici, dal '64 al '70 Blatty inizia a collaborare come sceneggiatore con il regista Blake Edwards. Dopo l'immenso successo de L'Esorcista (1971), e del film di Friedkin tratto nel '73 dal romanzo, nel 1978 Blatty pubblica The Ninth Configuration (del quale dirige nell'80 la riduzione cinematografica); nel 1983 scrive il romanzo Legion, un sequel de L'Esorcista dal quale, nel 1989, trae il film (che scrive e dirige) L'Esorcista III. Nel 1996 dà alle stampe Demons Five, Exorcists Nothing: A Fable, e in America è appena uscita nelle librerie la sua ultima ghost story, Elsewhere.

Lunedì 27 luglio, ore 21.00, presso la Libreria del Cinema in via dei Fienaroli 31 d a Roma, in occasione della pubblicazione della nuova edizione del libro L'esorcista di William Peter Blatty cisarà l'incontro con Enrico Ghezzi ed Edoardo Nesi. A seguire, proiezione del film L'esorcista di William Friedkin(versione integrale)


William Peter Blatty, L'esorcista (Fazi editore)
Prefazione di Edoardo Nesi
traduzione di Cristiano Peddis

pp. 416 - euro: 19,00

lunedì 20 luglio 2009

MAN AT WORK 2 !!!



















Riprenderò la pubblicazione di interventi, segnalazioni, recensioni fra qualche giorno. Naturalmente sto lavorando per voi!

Homer Simpson (qui riprodotto) è un'opera di Matt Groening

Il libro del giorno: La fortuna non esiste di Mario Calabresi (Mondadori)

"Non importa quante volte cadi. Quello che conta è la velocità con cui ti rimetti in piedi." Come si esce da una crisi, come si supera una perdita, un insuccesso, un fallimento? C'è chi ha avuto la forza di rimettersi in piedi dopo che l'azienda in cui lavorava ha chiuso, chi ha rifiutato di arrendersi dopo che la recessione lo aveva costretto a vendere la casa in cui viveva e a partire per chissà dove, chi ha ritrovato la forza di andare avanti dopo che un lutto sembrava avergli tolto una ragione per vivere. Due anni in viaggio attraverso l'America, trentasei Stati, l'elezione presidenziale più emozionante che si ricordi e tante vite di gente comune. Ma al centro di tutto questo per Mario Calabresi c'è una sola domanda: che cosa accade nel cuore di chi cade e trova la forza di rialzarsi? Magari con fatica, con dolore, ma con tenacia incrollabile e soprattutto senza aspettare la fortuna? Qual è il segreto di una nazione e della sua gente, capace da sempre - ma oggi più che mai - di reinventarsi da zero, di darsi una seconda chance, di eleggere un presidente nero contro ogni previsione, di rimettersi in cammino anche dopo che la più grave recessione del dopoguerra ha travolto la vita di milioni di persone?

"Attraverso queste storie, Calabresi ci fa capire che la vera forza della democrazia americana non sta tanto nella potenza militare o in quella economica, quanto nella profonda fiducia di riuscire a superare gli ostacoli, secondo il principio riassunto nella frase non importa quante volte cadi, quella che conta è la velocità con cui ti rimetti in piedi"

di Giovanni Russo tratto da il Corriere della Sera del 20/07/09, p. 29

casa editrice Mondadori: http://www.mondadori.it/libri/index.html

La fortuna non esiste. Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi di Mario Calabresi, 2009, Mondadori (collana Strade blu)

"Ci vediamo domani" ( edizioni bd): il fumetto esplora l’abisso della mente umana. Rec. di Fabrizio Malerba*

“Ci Vediamo Domani” è una graphic novel realizzata dal bravissimo Ned Bajalica, artista di origini leccesi che ora vive a Milano, un lavoro complesso, di qualità, non solo perché realizzato con il prestigioso contributo del famoso psichiatra Paolo Crepet, che ne firma il soggetto, ma anche e soprattutto per la bellezza dei disegni che raggiungono una maturità espressiva indice di grande padronanza del media fumetto. Il mondo del fumetto offre spesso inaspettate sorprese, opere di grande valore non destinate al puro intrattenimente ma rivolte ad un pubblico esigente, curioso ma anche coraggioso, perché non sempre è facile accostarsi a determinate tematiche, soprattutto quando le stesse coinvolgono quei luoghi oscuri della mente umana. Atmosfere quasi irreali costruite attraverso un sapiente utilizzo di luci e ombre dove i neri dominano le pagine per aprire un varco nell’oscurità dell’animo umano. Un segno essenziale e ricercato, poche linee per descrivere le complessità di esistenze giunte a un bivio.
I racconti, tratti da una raccolta di casi clinici, scritti da Crepet trovano nei disegni di Bajalica la loro naturale collocazione. Lo stesso psichiatra, nella prefazione, ha manifestato grande entusiasmo nel vedere il risultato positivo di questo sodalizio:“…quando pensavo ai miei personaggi provavo a immaginare a chi potessero assomigliare. Adesso lo so, ed è, ve lo posso assicurare, una bella sorpresa scoprire che ogni tanto non solo ti accade di sognare, ma anche di vedere la tua idea raggiungere un’altra persona. Grazie Ned.”
Storie ordinarie, di tragedie personali, consumate nella solitudine del web, della strada, a volte della propria famiglia.
Ned Bajalica, già artisticamente noto come “erede” di Jacovitti, torna, con uno stile del tutto rinnovato, per regalarci emozioni nuove, frutto di una maturazione umana e professionale, dove le vicende dei suoi personaggi pongono l’attenzione su una dimensione più profonda della realtà. Una riflessione sulla vita e sulla morte, un intensa esperienza narrativa da cui partire non per trovare risposte, ma piuttosto per porsi nuove domande sull’esistenza umana.
“Ci Vediamo Domani” è un libro pubblicato da edizioni bd nella linea Alta fedeltà.

*redazione Talkink

Macro pop 2